Tiziana Iervese
Stanza dell’accoglienza di Forlì
“Le donne non parlano perché si vergognano, perché percepiscono per sé un disvalore e perché sono state troppe volte tacitate con le urla o con gli schiaffi o con le percosse. Non parlano perché hanno timore di non essere credute, perché spesso non vengono credute, la loro parola viene ridicolizzata. Non parlano perché nel momento in cui si esprimono concretizzano il loro essere persone vittime di violenza. Non parlano perché trovano spesso delle barriere. A volte siamo noi che non sappiamo ascoltare o leggere oltre le parole. Ci siamo accorti però che, se creiamo il contesto giusto e ci mettiamo accanto alle donne, poi parlano e dicono delle cose che facciamo fatica a sentire, ad ascoltare”.
Tiziana Iervese è responsabile della Struttura Semplice di Medicina d'Urgenza dell’ospedale Morgagni-Pierantoni di Forlì. Da anni è referente per l’AUSL Romagna del gruppo di lavoro di lavoro per l’accoglienza e presa in carico in Pronto Soccorso delle vittime di violenza e maltrattamento. Da maggio 2025 si occupa della Stanza dell’Accoglienza, nel nosocomio forlivese, che “esprime un progetto già presente da anni nella nostra Azienda”. Si tratta del progetto di sensibilizzazione e raccolta fondi aziendale “WELL-FARE: RETE PER LE DONNE”, ideato e promosso dall'UO Accoglienza e Fundraising per migliorare gli ambienti ospedalieri di cura e l’accoglienza delle donne vittime di violenza e dei minori e garantire spazi adeguati e qualità di assistenza sanitaria e psicologica. Altre Stanze di Accoglienza si trovano già negli ospedali di Rimini e Cesena, “ma in prospettiva futura la nostra intenzione è quella di portare questo ambiente, che ha dimostrato di essere molto favorevole alle donne, anche negli altri ospedali del nostro territorio, come Faenza, Ravenna e Lugo”.
All’ospedale di Forlì “ogni anno accogliamo circa 80-85 donne” che hanno subito diverse forme di violenza, circa una ogni 4-5 giorni. In alcuni periodi gli accessi sono in numero inferiore, in altri quasi quotidianamente una donna si rivolge al Pronto Soccorso.
“La stanza – aggiunge Iervese – non è soltanto un ambiente, è un contesto che indica una presa di consapevolezza del problema, che i sanitari sono cresciuti nella loro cultura, che sanno di dover trattare questo problema non soltanto dal punto di vista tecnico”.
Nella Stanza vengono accolte donne a volte accompagnate da figli e figlie minori per intraprendere i primi passi del “percorso di fuoriuscita dalla spirale di violenza che caratterizza la loro vita”. Questo è un luogo “separato da quelli che sono i consueti spazi di lavoro di un ospedale, caotici e frenetici in cui viene offerta alla donna la possibilità di intrattenere un rapporto più empatico con il contesto sanitario”.
Per Iervese “la donna che si presenta al Pronto Soccorso può avere un’esperienza di violenza di molti anni; è abbastanza poco frequente, soprattutto quando parliamo di violenza domestica, che le donne arrivino al Pronto Soccorso o agli sportelli di altre istituzioni al primo episodio. Può capitare ma non è così frequente”. È una donna, quindi, “che è stata estremamente condizionata dal suo vissuto, spesso una donna senza parole” che è già ricorsa altre volte al Pronto Soccorso senza rivelare la violenza. Ha una storia di traumi ripetuti, difficoltà anche dal punto di vista psicologico”.
La donna “può o meno dichiarare di essere stata maltrattata. C’è una grossa attenzione da parte degli operatori sanitari del triage a considerare non soltanto la parola della donna”, ma anche a leggere e interpretare i segni, l’atteggiamento, il linguaggio non verbale, il comportamento in presenza di chi l’accompagna”. Successivamente accolta nella stanza, in un contesto “meno formale di quello che può essere un ambulatorio ha la possibilità nel silenzio, in una condizione di riservatezza, ma soprattutto di sicurezza, se vuole, di aprirsi”. E raccontare quella violenza che l’ha portata fino a lì.
È una questione di tempi, certo, ma la donna – racconta ancora Iervese – “è sempre accompagnata in questo percorso, non viene mai lasciata da sola.

