“Il corpo ha un ruolo fondamentale, perché è proprio il luogo di insediamento dei vissuti traumatici ed è importante dire che la memoria traumatica è una memoria corporea”.

Marianna Santonocito è da tre anni operatrice d’accoglienza e psicologa del Centro antiviolenza Linea Rosa ODV di Ravenna.

Sono oltre 400 le donne che ogni anno si rivolgono al Centro, attivo da oltre trent'anni sul territorio di Ravenna, Cervia e Russi e che può contare su un “gruppo di oltre dieci operatrici con competenze diverse”. “Lavoriamo in rete- spiega Santonocito-, ci sono le operatrici che si occupano delle case rifugio, le operatrici che si occupano dei minori e le operatrici, invece, che accolgono tutti i percorsi di accoglienza per le donne che si rivolgono a noi”. Inoltre, “ci sono due psicologhe che si occupano dello sportello psicologico e poi abbiamo ovviamente anche la possibilità di avere una consulenza legale con delle avvocate esterne”.

La violenza è parole, corpi, tempo.

“Il corpo – spiega ancora la psicologa - diventa sia il teatro delle memorie traumatiche e diventa anche un mezzo attraverso cui le donne cercano di dare visibilità e di dar voce a quello che le parole non riescono a dire. Infatti, i ricordi traumatici sono ricordi che si esprimono attraverso sintomi corporei”. Le donne vittime di violenza “sono sottoposte a una paura pervasiva e continua nel tempo, reiterata per tantissimo tempo e questo ovviamente le porta a non riuscire a percepire una via d'uscita da questo tormento”.

Le donne che si rivolgono a Linea Rosa, come spiega Santonocito, “non hanno delle caratteristiche specifiche, perché la violenza abbraccia, purtroppo, qualsiasi etnia, qualsiasi età, qualsiasi provenienza, ceto sociale, qualsiasi tipo di lavoro”. “Non si può fare assolutamente una differenziazione, e questo vale sia per le donne che subiscono violenza sia per gli autori di violenza”.

Linea Rosa ODV di Ravenna, ha anche realizzato il podcast sulla violenza psicologica ‘Non son degna di te’, per dare voce a chi, per troppo tempo, è rimasta in silenzio, intrappolata in dinamiche violente che non lasciano segni visibili ma feriscono profondamente l’anima.

L'obiettivo del percorso proposto dal Centro antiviolenza “è quello di accompagnare la donna a prendere consapevolezza, a scegliere”, ma il percorso di consapevolezza è “un percorso molto, molto lungo”. Occorre tempo e saper ascoltare “perché solo – aggiunge Santonocito - la donna conosce sé stessa, conosce la storia che ha vissuto. Non c'è nessuno che conosce meglio di lei il funzionamento dell'uomo violento, e quindi la accogliamo, la accompagniamo senza giudizio e senza metterci al suo posto, perché per noi è fondamentale che la donna sia al centro del percorso, che scelga cosa fare, cosa non fare, se venire, se prendere una pausa, quando raccontare le cose”.

Anche chi viene a conoscenza di un fatto di violenza può fare qualcosa.

Per Santonocito “è importante non girarsi dall'altra parte, ma esserci, rispettando però il tempo di quella persona, perché raccontare una situazione di violenza è molto difficile e molto spesso le donne arrivano non sentendosi credute da nessuno”. Dunque, “la cosa più importante che si può fare in quel momento è stare a fianco di quella persona, dandole la sicurezza che noi ci siamo per lei, rispettando i suoi tempi, non facendo domande dirette, ma dando semplicemente uno spazio dove lei può concedersi di raccontare, sapendo di trovare non un giudizio, ma un'accoglienza, un rispetto, una comprensione”.