Negli anni ’60 Cesare Maltoni è un medico giovane, brillante e con idee fuori dagli schemi. Nacque a Faenza, si formò a Bologna, studiò a Parigi e Chicago e sudò ore e ore in laboratorio. A poco più di 30 anni girava per i congressi in tutta Italia e, davanti a colleghi ben più esperti di lui, raccontava la sua verità rivoluzionaria: il tumore non è un ospite indesiderato che cresce autonomo nel nostro corpo, ma è proprio il nostro stesso corpo che lo accoglie, si mette al suo servizio e lo nutre per farlo crescere.

Fu un’intuizione che se ne portava dietro un’altra, ancora più dirompente. In laboratorio, infatti, in molti casi era già possibile riconoscere quei segnali che portano una cellula a sviluppare la presenza del tumore. E, dunque si potevano iniziare prima i trattamenti e salvare migliaia di vite.

Nasce così in Italia il concetto di prevenzione.

Maltoni lo mette in pratica a fine 1965. Dopo anni di lavoro e preparazione, lancia a Bologna e provincia il primo screening per il tumore sulla cervice uterina. È il più vasto d’Europa. Decisiva è la sponda di Luigi Orlandi: partigiano, senatore, amministratore del Sant’Orsola, crede in quell’utopico progetto e mette a disposizione di Maltoni l’imponente macchina organizzativa del Partito Comunista.

L’adesione è altissima. In due anni vengono visitate 125mila donne. Chi risulta positiva, viene seguita dal Servizio sanitario e sottoposta a tutte le analisi necessarie. Nasce così il primo modello italiano di una struttura dedicata alla salute oncologica femminile. E, soprattutto, nasce il primo percorso di presa in carico del paziente, che oggi ne rappresenta la base fondativa.

Il paziente non è più solo. Non è senza speranza, abbandonato verso un epilogo ineluttabile. C’è una nuova generazione di medici, molti dei quali cresciuti sotto l’ala di Maltoni, che pratica una medicina moderna, unisce la cura all’attenzione al malato, considera l’assistenza un dovere civile e sviluppa da zero una nuova branca sanitaria: l’oncologia medica. Nascono nuovi reparti e si coinvolgono specialisti in modo trasversale, compresi gli psicologi che, più che ai degenti, sono di grande aiuto agli stessi medici e infermieri, spesso non in grado di reggere alla frustrazione di non poter salvare gran parte dei pazienti.