Rosalba Palermo
Centro antiviolenza Nondasola di Reggio Emilia
“’Ma alla fine cosa ha fatto? Mi ha solo sputato in faccia. Tutto sommato non mi ha tirato un ceffone, non mi ha accoltellato, no?’. Il ciclo della violenza ci dice che ci vuole del tempo per arrivare a un centro antiviolenza, per riuscire davvero a prendere coscienza, consapevolezza di quel che succede”.

Rosalba Palermo è un’operatrice del centro antiviolenza Nondasola di Reggio Emilia, oltre che coordinatrice del Gruppo Case rifugio del Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell'Emilia-Romagna. A Reggio ha cominciato prima come volontaria nel 2010 e poi come operatrice a fine 2011, dopo un’esperienza in un centro antiviolenza di un'altra regione già dal 2006.
Ogni anno il centro antiviolenza Nondasola, attivo dal 1997 ed unico punto di riferimento per tutte le donne della città e della provincia, si occupa mediamente di 380-400 donne nuove, numero che non comprende ovviamente quelle che hanno già iniziato un percorso. Di queste circa 20-25 accedono alle Case rifugio.
Il Centro, in appalto con il Comune di Reggio, fa capo all’associazione, che conta sessanta socie, e sono circa trentacinque le operatrici impegnate tutti i giorni. “Abbiamo una linea telefonica – racconta Palermo- che è attiva tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, al mattino e al pomeriggio”. C’è poi anche un numero di emergenza attivo di notte e i festivi per i professionisti della rete. “Chi risponde al telefono – spiega- cerca di capire cosa l'ha motivata a contattarci, qual è il suo bisogno. Noi raccogliamo qualche breve informazione” e le operatrici capiscono l’eventuale pericolosità della sua situazione. Poi “la invitiamo per un colloquio, uno spazio di tempo dedicato in cui raccontarci bene quello che le sta succedendo e anche per poter capire” meglio le sue richieste”. Al centro Nondasola “non c'è uno standard. Il primo colloquio forse è l'unico step che è uguale per tutte”, è quel momento in cui incontrano per la prima volta quella donna, la sua storia e quello di cui “ha bisogno, quali sono i pensieri che ha fatto quando ha deciso” di contattare il Centro. Una volta, poi, che le operatrici del Centro capiscono qual è il bisogno della donna che si è rivolta a loro “a quel punto costruiamo insieme a lei un percorso” a sua misura.
“Ci possono essere mille motivi – aggiunge Palermo- un ascolto, la possibilità di un confronto con chi con la violenza ha” deciso di maneggiarla, con chi riesce a poterla accompagnare, in un gioco di specchi”. Succede anche che a volte al Centro si rivolgano donne che “sentono che qualcosa non va però non hanno tutti gli elementi” per poter dare un nome preciso a quel sentire.
“Ma quello che mi sta succedendo è violenza” chiede qualcuna che più spesso vive situazioni di violenza psicologica.
Oppure la richiesta potrebbe essere “c'è una situazione che già riconosco come violenza e ho bisogno di poterla affrontare. Ho bisogno di incontrare un legale per capire quali sono i miei diritti, per poter capire” cosa è più vantaggioso e tutelante per lei e per i suoi figli”. Oppure “Io voglio liberarmi, andare via, ma ho bisogno di trovare la mia autonomia e la mia indipendenza, altrimenti come vado via?” chiede qualcun’altra.
Di fronte alle situazioni più critiche, di pericolosità e/o estremo isolamento, “c’è bisogno di un luogo sicuro”, come le case rifugio per “quelle donne che non hanno altre strade” nel garantirsi una protezione.
Quelli delle case rifugio sono spazi “che accolgono le donne per un periodo breve rispetto alla complessità delle situazioni. Purtroppo, non abbiamo la possibilità di spazi che le accolgano per un tempo lungo”. Attualmente i tempi sono di sei-otto mesi. Qui “si abbandona qualunque cosa: la casa che era la propria vita, i propri oggetti”. Spesso – fa notare Rosalba Palermo- non si pensa che quando una donna esce lascia tutto. Ha una valigia piccola, quando va bene, sennò neanche quella. Quando hanno dei figli con loro, spiegare a dei bambini piccoli o a degli adolescenti perché lasciano tutte le loro cose non è facile, ma necessario”.
“Capita molto spesso – conclude Palermo- che noi ci sentiamo impotenti” di fronte ai tempi di protezione e di ricostruzione perché pur attivando tutti i punti della rete territoriale “non dipende da noi” la sequenza temporale nel “poter trovare una casa, un lavoro, o nel garantire la sicurezza. Quando succede, certo che ci sentiamo impotenti”. Però “credo, e credo che questo valga per tutte le operatrici di un centro, che le donne devono poter ricominciare a scegliere perché” la violenza ha spesso tolto loro questa opportunità. A volte dobbiamo fare i conti con il nostro senso di impotenza per restituire a loro il loro senso di potenza, cioè di poter scegliere per la loro vita. Non c'è nessuno che fa delle cose con leggerezza e volutamente sbagliate nella propria vita, perché” le donne che subiscono violenza “dovrebbero essere diverse e far sempre la scelta giusta?” Per Palermo l’importante è avere un tempo per “poter fare le scelte a partire da sé”.
