Fondazione per le vittime dei reati

A Modena un seminario sugli interventi per i figli vittime di femminicidio

Ancora bloccati i fondi nazionali. L'importanza di una rete. L’esperienza della Fondazione

Quali azioni vengono messe in atto a sostegno dei bambini e ragazzi orfani in seguito alla morte della madre per mano del padre? Se ne è parlato a Modena il 17 maggio scorso in un seminario coordinato da Giovanna Zanolini, presidente del Centro Donne e Giustizia, associazione promotrice in collaborazione con il Comune di Modena e con la Regione Emilia-Romagna.

L’evento è il terzo incontro annuale sul tema. Il primo, nel 2017, aveva auspicato una normativa che predisponesse una tutela specifica. La l. 4/2018, effettivamente approvata, è stata salutata con molto interesse nel convegno di quell’anno. Pochi giorni fa, però, si è dovuto prendere atto che i regolamenti attuativi di quella legge, attesi entro maggio 2018, ancora non ci sono, pertanto i fondi stanziati non possono essere richiesti.

Non solo di fondi tratta la normativa: gratuito patrocinio nel processo, assistenza medico-psicologica, esclusione del reo dall’asse ereditario della vittima (e sospensione della pensione di reversibilità all’omicida, altrimenti possibile), possibilità di modificare il cognome sono ulteriori possibilità introdotte dalla l.n. 4/18. I fondi destinati sia alle borse di studio dei figli, sia al supporto alle famiglie affidatarie che li accolgono, venivano fatti confluire nel fondo inizialmente stabilito per le vittime di mafia, che oggi si chiama Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive, dell’usura e dei reati intenzionali violenti nonché agli orfani per crimini domestici. Proprio per il loro utilizzo si attendono i regolamenti attuativi, sollecitati anche da un recente intervento della Garante nazionale dell’infanzia.

Nel convegno le disposizioni normative a tutela delle vittime di violenza di genere e di femminicidio sono state attentamente esaminate da Lucia Monti, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Modena. Il giovane Gianmario, pugliese, affiancato dall’avvocato Patrizia Schiarizza presidente dell’associazione “Il giardino segreto” nata proprio a sostegno degli orfani di femminicidio, ha però reso evidente la distanza che ancora sussiste tra ciò che è scritto dal legislatore e la realtà. Il ragazzo ha assistito all’omicidio della madre da parte del padre ormai dieci anni or sono, le plurime denunce della donna contro l’ex marito non erano servite a proteggerla. E il giovane, dopo aver vissuto in diverse comunità dagli 11 anni (quando è accaduto il fatto) fino ai 21, è oggi “senza fissa dimora” e senza un aiuto per inserirsi nel mondo del lavoro.

Francesca Puglisi, che nella scorsa legislatura ha presieduto la Commissione d’inchiesta sul femminicidio e sulla violenza di genere, ha inscritto quei fatti in una cornice più ampia e ha sottolineato quanto ancora resti da fare in Italia per una reale applicazione della cosiddetta Convenzione di Istanbul, ovvero la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Incide una cultura diffusa che non riconosce o minimizza la violenza verso le donne, la stessa per la quale ancora troppo spesso, in sede di separazione, i giudici stabiliscono l’affido condiviso dei figli anche in costanza di atti violenti nella coppia, prassi che potrebbe modificarsi in senso gravemente peggiorativo qualora venisse approvato il progetto di legge noto come ddl Pillon. Vi è inoltre una forte disparità tra le diverse realtà regionali, con aree di eccellenza (tra cui l’Emilia Romagna) ed altre dove presidi quali i servizi sociali e i centri antiviolenza sono rari e sguarniti. Anche la repressione procede con velocità diverse, se è vero che – riportava Francesca Puglisi a titolo di esempio – il tribunale di Caltanissetta registra un 46,6% di assoluzioni nei processi penali per violenza di genere, dato che si abbassa al 12% presso il Tribunale di Trento.

Che cosa può fare la differenza? Non una singola iniziativa ma l’efficacia di una rete che agisca in maniera concertata, nella prevenzione come nel contrasto e, poi, nella cura. Il messaggio è stato ribadito anche da Rita Bosi, presidente dell’Ordine regionale degli Assistenti Sociali, e da Carmela Italiano, magistrato presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Occorre un cambio di passo, un’assunzione di responsabilità corale da parte di medici, avvocati, magistrati, psicologi, assistenti sociali, insegnanti… al fine di prevenire la violenza di genere, intercettarla precocemente quando si presenta, sostenere le vittime in reali percorsi di emancipazione non dimenticando il trauma patito dai bambini oltre che dalle donne.

Di questa rete è parte integrante la nostra Fondazione, il cui operato è stato presentato al convegno dalla direttrice Elena Buccoliero. Realtà unica a livello nazionale, ancora nel 2018, su 31 istanze approvate, 19 hanno riguardato reati contro le donne e, di essi, 15 erano avvenuti nella relazione di coppia. Il contributo economico offerto alle vittime non sostituisce il lavoro dei servizi sociali o dei centri antiviolenza, né è equivalente al risarcimento che può essere disposto in sede giudiziaria dopo una sentenza definitiva, generalmente a diversi anni di distanza dai fatti. Piuttosto, testimonia in concreto la vicinanza della comunità e permette di affrontare alcune necessità immediate quali cure sanitarie o psicologiche, interventi educativi e terapeutici per i figli minorenni, contributi per l’avvio di un percorso di autonomia.

Il programma del seminario (jpg, 77.4 KB)

Le slide sull'intervento della Fondazione e-r per le vittime dei reati (pdf, 1.5 MB)

 

 

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pubblicato il 2019/05/18 17:18:00 GMT+1 ultima modifica 2019-05-18T17:21:55+01:00

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