Fondazione per le vittime dei reati

Verso il 20 aprile. La Fondazione raccoglie le testimonianze di alcune tra le vittime aiutate negli anni. La storia di Raffaella

Venerdì 20 aprile alle 10, presso la sala “20 maggio 2012” della Terza Torre in Viale Aldo Moro, sarà il Presidente Carlo Lucarelli a presentare l’operato della Fondazione. Una lunga narrazione, con interventi video di amministratori, scrittori e vittime di reato, solo alcune tra le centinaia di persone che sono state aiutate nella nostra regione.

“Ricordo che stavo giocando con la cagnolina quando ho sentito degli spari. Sono corsa. Mio marito era riverso a terra. Poi una pallottola ha colpito anche me, alla schiena. Credo di avere perso i sensi più volte. Quando però mi sono risvegliata non hanno avuto bisogno di dirmi che mio marito non c’era più, perché ricordavo di aver sentito i soccorritori dire «Lo stiamo perdendo». Avevo già capito tutto”.

Parla con il consueto coraggio, R.P., che alla vita è stata restituita dopo un mese di coma farmacologico in cui ha dovuto affrontare la perforazione di un polmone, del fegato, di una costola. Il proiettile, infine, si è fermato nel petto, da dove è stato estratto poche settimane fa, a due anni dai fatti, quando finalmente le sue condizioni di salute si sono stabilizzate tanto da consentire l’intervento.

“Sono subito rientrata in quella casa, è la mia casa. Abbiamo fatto tanti lavori, io e mio marito, e poi già allora una sentenza del Tribunale ci dava la possibilità di restare lì per diversi anni senza spese di affitto. Immagino che l’aggressione fosse dovuta anche a questo, non andava giù che potessimo abitare lì. C’erano state tante liti, ma noi ci eravamo mossi sempre per vie legali e ci aspettavamo che i proprietari della casa facessero lo stesso. Tuttora abito lì. Nello studio di mio marito, però, non sono più riuscita ad entrare…”.

Il racconto si interrompe. R. è una donna forte, da una vita glielo dicono e lo è veramente, ha imparato a non mollare, ad affrontare tutto. Quando il dolore si avvicina troppo resta un momento in sospeso, riprende fiato.

“Nel coma, ricordo, per i primi quattro o cinque giorni ho avuto mio marito sempre con me. Lo sapevo che era morto, però pensavo «È qui, non importa se gli altri non lo vedono, l’importante è che sia con me». Abbiamo parlato di tante cose io e lui. Poi un giorno mi ha detto «Adesso vado, devo organizzare il mio funerale», e da allora non è più tornato. Non sono particolarmente religiosa, non voglio dire chissà che cosa, dico soltanto che mi è successo”.

Tornare alla vita è stato iniziare un'esistenza completamente diversa. Aiuti, pochi. “I miei fratelli, per fortuna che ci sono, mi danno una mano, e anche il mio avvocato. Le amiche, certo, ma giustamente hanno la loro vita. L’aiuto della Fondazione è stato importante, anche perché dalle istituzioni è l’unico aiuto che ho ricevuto”.

Tanto da vincere la timidezza e accettare di rendere questa testimonianza.

“Sono una persona schiva, non avrei mai voluto diventare famosa… Ma anche se non mi sento a mio agio davanti a una telecamera, sono contenta di dare testimonianza se può servire a far capire che cos’è la Fondazione e quanto è importante il suo intervento”.

 

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pubblicato il 2018/03/22 01:45:00 GMT+2 ultima modifica 2018-03-30T00:08:27+02:00

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