Fondazione per le vittime dei reati

Conoscere il vero volto del crimine. E imparare a raccontarlo

Un seminario formativo promosso da Regione, Fondazione e Ordine dei giornalisti

Un pomeriggio intenso, ricco di dati, riflessioni e considerazioni, quello che l’Ordine dei Giornalisti ha offerto ai suoi iscritti in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna e la Fondazione e-r per le vittime dei reati. Tre i relatori di altissimo livello: Gian Guido Nobili, criminologo, responsabile dell’Area Sicurezza Urbana e Legalità della Regione Emilia-Romagna; Carlo Lucarelli, nella veste di presidente della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati oltre che di divulgatore e narratore; Giovanni Rossi, presidente dell’Ordine dei Giornalisti regionale.

La documentatissima relazione di Gian Guido Nobili ha sorpreso la platea proponendo informazioni sull’andamento del crimine in controtendenza rispetto a quanto solitamente presentato dai media locali e nazionali. “Il 2017 è stato in assoluto l’anno con meno omicidi nel nostro Paese e anche gli altri reati violenti sono in costante calo. Potrei dire che sotto questo profilo non siamo mai stati così sicuri, indipendentemente dai flussi migratori e nonostante un calo di addetti nelle forze dell’ordine”, ha affermato Nobili appoggiandosi ad una solida corte di dati. “Un andamento simile, ma con scarti molto ridotti, si osserva anche in quella che impropriamente viene definita microcriminalità ed è poi la criminalità comune, principalmente furti in tutte le loro varietà. Tra queste il furto in abitazione è sicuramente quello che genera il maggior senso di insicurezza”.

Eppure questa percezione è ben presente tra la popolazione, hanno ribattuto alcuni ascoltatori. Ma non tutte le indagini la rilevano, ha sostenuto Nobili, e poi “l’informazione italiana è particolarmente insistente su questi argomenti. È stato registrato che i nostri notiziari trattano i crimini violenti con un’attenzione tripla rispetto a quelli francesi e 44 volte di più di quelli tedeschi, sebbene in quelle nazioni il tasso di omicidi sia nettamente superiore al nostro”.

Ancora, il relatore ha mostrato come questi reati, compresi quelli che vengono definiti mass omicide (con 3 o più vittime), siano strettamente correlati con la disponibilità di armi da fuoco, come dimostrano i dati statunitensi, smentendo il presupposto che imparare a sparare aumenti la sicurezza personale e collettiva.

In questa cornice si è innestato l’intervento di Carlo Lucarelli che ha testimoniato la diversa visione acquisita da quando è impegnato come presidente della Fondazione. “Per me è stato uscire dalla mentalità da romanzo giallo, quella che mette al centro l’assassino, l’investigatore e il mistero quasi sempre rappresentato dalla vittima, per occuparmi di ciò che succede dopo il fatto. Fare la spesa ogni giorno, sostenere le spese funerarie per un figlio che è stato ucciso all’estero, ridare forza e autonomia a una donna maltrattata per anni insieme ai suoi bambini. Sono le piccole necessità di ogni giorno che non si scrivono nei romanzi ma che costituiscono le sfide reali di tante persone colpite dalle violenze più gravi”.

In un’intensa carrellata ha richiamato alcuni dei casi recenti affrontati dalla Fondazione per rendere ancora più tangibile il nostro intervento, ma si è addentrato anche nel compito di chi racconta. “Mi rendo conto che il romanziere ha un margine di libertà maggiore rispetto ad un giornalista, può permettersi di tratteggiare personaggi contraddittori o strani senza che questo sia un disturbo per il lettore. Io stesso ho osservato la differenza, quando ci occupiamo di fatti reali non sempre possiamo dire tutto e, parlando della vittima, dobbiamo scegliere attentamente le informazioni che trasmettiamo e le parole che usiamo”.

Rispettare le persone e coltivare il dubbio sono stati in definitiva i due inviti essenziali nell’intervento di Giovanni Rossi, presidente dell’Ordine regionale dei Giornalisti. “Chi fa informazione non può limitarsi ad essere un ripetitore dei tweet di questo o quel politico. Deve porre domande, anche imbarazzanti, per accertare le notizie prima di diffonderle e dare anche ai suoi interlocutori la possibilità di andare più in profondità”.

Il Presidente ammette che oggi questo è un compito non semplice, “con i ritmi velocissimi cui i colleghi sono costretti e con le incertezze di tanti operatori. La precarietà dei contratti ostacola l’autonomia del giornalista che sa di dover accettare delle mediazioni per non mettere a rischio la propria posizione. Sappiamo però che la generazione intermedia, quella dei quarantenni, è sempre meno disposta a informarsi attraverso la rete e sceglie piuttosto la televisione o i giornali. Questo restituisce responsabilità a chi lavora nei media tradizionali e ci dà il segnale di un bisogno sempre più diffuso, quello di ricevere una informazione verificata e di qualità”.

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pubblicato il 2018/12/01 01:13:11 GMT+2 ultima modifica 2018-12-01T01:13:11+02:00

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