Individuato nelle campagne di San Secondo Parmense, bassa pianura parmense a ovest del basso Taro e a sud dei Prati di Frescarolo e Samboseto, il sito è caratterizzato dalla presenza di due laghi derivanti dal ripristino naturalistico di vecchie cave e di alcuni degli ultimi residui di prati epifiti permanenti (prati stabili) della provincia di Parma, alcuni dei quali hanno un’età di oltre un secolo.
Il sito si estende in direzione N-S su antiche alluvioni del Taro; una di queste seppellì il primo impianto della Pieve di San Genesio, uno degli edifici romanici più antichi e importanti della bassa parmense, che si trova sul margine orientale del sito in ambiente integro, ancora immerso cioè nel suo contesto rurale originario. Importanti sono infatti anche i resti dei filari di alberi che delimitavano gli appezzamenti di terra e che sono costituiti essenzialmente da gelsi (in particolare Morus alba) e da specie delle associazioni del querco-carpineto tipiche dell’antica foresta planiziale (farnia, olmo), spesso ridotte ad un unico esemplare e sede di nidificazione di numerosi uccelli.. Si tratta di agrocenosi particolarmente varia e multifunzionale, soprattutto se confrontata ai paesaggi a monocolture tipici della Pianura Padana, molto frequentata dall’avifauna. E’ in particolare sede di nidificazione del Falco Cuculo (Falco vespertinus), avvistato in non meno di 15 esemplari tra adulti e subadulti, in zona insolitamente occidentale per la specie. In questa zona nidificano le averle (Lanius minor e L. collurio) e, inoltre, una massiccia percentuale di tutti gli uccelli presenti è rappresentata dai predatori, all’apice delle catene trofiche e pertanto maggiormente vulnerabili alle modificazioni ambientali. L’affioramento di falda lo rende un ambiente piuttosto vulnerabile: l’inadeguata manutenzione del canale di bonifica, l’inquinamento delle acque dei laghi e la trasformazione dei prati stabili, oggi ancora mantenuti in forma estensiva in particolare tramite fertilizzazione operata unicamente con concime naturale, costituiscono le maggiori fonti di rischio di gravi alterazioni.
Il contesto agricolo largamente dominante rende “rari” e ancor più preziosi i pochi ettari (meno di 20) che contengono habitat d’interesse comunitario: si tratta di quattro tipi, uno di bosco ripariale a pioppi e salici (92A0), uno di vegetazione perenne galleggiante e fluttuante del 3150, e due di prateria da termoxerofitica del
La zona umida ospita una comunità vegetale idrofitica piuttosto semplificata con Potamogeton natans e Myriophyllum spicatum, tuttavia manca oltre ad un elenco floristico completo anche una percezione dell’evoluzione ecosistemica della vegetazione idrofitica e di ciò che resta di vegetazione naturale in un contesto di colture estensive tradizionali prative là dove agli originari boschi e paludi si erano lentamente sovrapposti molini, pievi e comunità rurali sin da tempi molto antichi. Nonostante l’assenza di segnalazioni circa la presenza di specie floristiche di un qualche pregio, è probabile siano presenti igrofite e idrofite di interesse conservazionistico, nonchè elofite e qualche geofita in grado di popolare argini e stazioni asciutte, come le orchidee Orchis tridentata e Ophrys sphegodes.
Stante la mancanza di una dettagliata checklist faunistica della zona, soprattutto per quanto riguarda invertebrati e mammiferi (l'ambiente dei fossi e di alcune zone umide favorisce la presenza di anfibi e rettili quali la biscia tassellata Natrix tessellata), sono gli uccelli i protagonisti del sito con numerose specie nidificanti. Oltre ai già citati falco cuculo e averle, sono segnalati Ardeidi, Anatidi e Rallidi, oltre ai tipicamente praticoli (e limicoli) Caradridi, Scolopacidi, Motacillidi. Tra le specie avvistate di maggior pregio si ricordano le cicogne bianca e nera, il mignattaio, voltolini, pivieri, il combattente, alcuni laridi, in particolare sterne, chiurlo, pantana, e tra i tanti predatori, molti rapaci diurni e notturni (in particolare falchi, albanelle e l’elusivo succiacapre).