Costituzione: una lunga storia - conversazione con Enrico Brizzi (scrittore) e Luigi Pedrazzi (scrittore)
Paolo Pombeni
Ho pensato di mettere di fronte per questa ultima puntata Luigi Pedrazzi, scrittore ed osservatore politico che era un giovane quando fu scritta la nostra Carta costituzionale e che poi in questi anni che ci separano da allora, ha seguito le vicende del dibattito sulla Costituzione da un osservatorio privilegiato quale è stato il gruppo del Mulino, e di mettergli accanto Enrico Brizzi, lo scrittore che da giovane- qualche anno fa- ha esordito con un romanzo generazionale, di grandissimo successo in Italia come all’estero, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, romanzo che in qualche misura rappresenta un po’ anche il ritratto, l’autocoscienza di questa generazione post-politica.
Ad entrambi pongo la domanda che mi pare fondamentale in questo contesto: ma quanto oggi la Costituzione italiana rappresenta ancora il DNA degli italiani di allora e di oggi?
Luigi Pedrazzi
Ma io penso che per la prima parte, i principi fondamentali, la Costituzione italiana esprima molte delle caratteristiche storiche e quindi anche in qualche modo presenti e attuali della popolazione italiana. E’ una Costituzione personalistica, comunitaria e queste due attitudini ci sono tra gli italiani. Però la persona e la comunità richiedono degli elementi di disciplina e questi nella seconda parte sono indicati, su questa parte temo che la Costituzione italiana non sia del tutto adatta a valorizzare il Dna degli italiani o a disciplinarlo là dove questo presenta dei difetti.
Enrico Brizzi
La mia generazione è stata abituata a pensare alla Costituzione, al momento dei lavori intorno alla Costituzione preparatori, come ad un momento quasi epico, un momento in cui dopo la fine di una dittatura feroce, si è creata una concordia. Una concordia tra componenti diverse della società italiana la cui diversità non significa che potesse esistere stima reciproca. Purtroppo crescendo, negli anni Ottanta e Novanta, devo dire che il dna degli italiani è sempre quello, ma purtroppo a volte la pratica quotidiana soprattutto nella società, è stata quella di non apprezzare appieno quello scrigno di libertà che la nostra Carta fondamentale rappresenta. E quindi la colpa eventualmente non è né del dna né della Carta costituzionale ma dovremmo fare autocritica noi.
Paolo Pombeni
A chi ha vissuto la propria vita quasi di pari passo con la vicenda costituzionale e a chi invece ha conosciuto la Costituzione come ricordava prima Enrico Brizzi, attraverso un po’, così, il mito appreso a scuola, appreso attraverso un certo tipo di tradizione orale, porrei una domanda direi abbastanza essenziale: che effetto vi fa l’attuale dibattito sulla riforma della Costituzione, sulla riforma delle nostre istituzioni?
Luigi Pedrazzi
Il dibattito è stato molto lungo e anche molto confuso. Sono mancate delle volontà politiche chiare, coerenti. Quindi per quanto si siano sentite delle proposte anche interessanti, sono frammentarie. Ritengo non a caso quando poi una nuova Costituzione è stata scritta il popolo italiano a maggioranza, sia pure in un certo contesto storico, l’ha respinta. Vuol dire che quella che c’è è meglio tenerla, piuttosto che peggiorarla. Bisogna migliorarla in alcuni aspetti. Forse lo sapremmo fare, ma bisogna fare un processo politico. In questo concordo con l’autocritica a cui accennava prima il collega giovane. Bisogna che gli italiani diventino una cosa anche molto seria per fare una cosa serie come deve essere una Costituzione. Le competenze ci sono, mi pare che facciano difetto le decisioni chiare e coerenti.
Enrico Brizzi
Io quando sento la parola riforma cerco sempre di guardare le note scritte in piccolo sotto, perché spesso viene usata per significare cose molto diverse. Se una riforma della Costituzione significa adattarla ai mutamenti che sono avvenuti nella società con il passare degli anni, questo è un paio di maniche, se parliamo di stravolgerne lo spirito, forse la parola riforma è un po’ usata in maniera strumentale. Quello che credo è che sicuramente i valori della Carta costituzionale vadano difesi ma prima ancora, e lo dico non da costituzionalista non da tecnico, prima ancora appresi, diffusi. I paesi in cui i padri fondatori sono presenti nel discorso pubblico, come negli Stati Uniti dove si guarda ancora a Washington e a Jefferson come personaggi per un certo punto di vista lontani nella storia, ma per un altro molto attuali come portatori di una libertà e garanzie per un popolo intero, lì è possibile forse parlare in maniera più diffusa di che cosa tiene insieme un popolo. Da noi purtroppo molto spesso mancano le competenza di base per sapere di cosa parliamo. E quindi l’opinione pubblica prima di pronunciarsi sulle riforme eventuali della Costituzione farebbe bene a leggersela.
Paolo Pombeni
Per chiudere vorrei farvi una domanda radicale. Noi abbiamo fatto una lettura diffusa, lunga e se mi consentite anche appassionata, di questo libro che abbiamo chiamato il Grande Libro. Vorrei chiedervi abbiamo ancora bisogno di un "Grande libro" per fondare la nostra convivenza e la nostra democrazia? E la nostra Costituzione può ancora essere questo Grande libro?
Luigi Pedrazzi
Sono ancora una volta d’accordo con l’amico giovane. Se questo libro fosse conosciuto io penso che sarebbe più caro agli italiani. Tutto sommato è caro perché l’hanno difeso rispetto ad un peggioramento. Però è vero che bisogna anche un po’ cambiarlo. La Costituzione è validissima nelle sue scelte orientative fondamentali, ma ci sono parecchi meccanismi che andrebbero migliorati, e non a caso anche in America li hanno cambiati dai tempi di Jefferson ed Hamilton, c’è un continuo aggiustamento della Costituzione. Noi siamo in difficoltà perché aggiustarla, per qual poco che va aggiustata, non lo sappiamo fare. Vorremmo come ricominciare da capo, una grande riforma costituzionale non può che peggiorare la situazione italiana. Aggiustamenti mirati con intelligenza e con determinazione sarebbero necessari. Non so se alla fine il libro è più lungo o più corto, forse anche un po’ più corto potrebbe essere, ma un libro serio ed amato è importante.
Enrico Brizzi
Non vorrei dire una cosa che venga presa come troppo impolitica però, come si diceva prima, i padri costituenti sono riusciti a produrre questa carta proprio lavorando insieme. Oggi molto spesso nella politica vediamo che la contrapposizione frontale, il tagliare l’erba sotto i piedi di quello che dovrebbe essere un avversario, o un qualcuno che dialoga con te, molto spesso è più praticato che non cercare la possibile concordia o le ragioni che ci tengono insieme. Quindi a questo proposito mi viene in mente una cosa che disse Romano Prodi ai giornalisti che gli chiedevano se la classe politica italiana era degna di guidare il Paese, rispose con un’altra domanda e cioè: siete sicuri che la società italiana sia migliore della classe politica che esprime? Ecco io condivido la sua perplessità. Le riforme sono possibili quando c’è volontà vera di lavorare insieme per il meglio, altrimenti si iniziano a sentire parole belle come “Grande libro”, che sono parole belle perché sono bei concetti, grandi concetti, si iniziano a sentire parole brutte che esprimo concetti meschini come “inciucio”, come gli accordi al ribasso. In questo spirito non andrei a toccare la Carta costituzionale.
Paolo Pombeni
Nell’antichità si diceva che la città di Sparta aveva scelto di non avere delle mura di difesa perché le sue mura dovevano essere i petti dei suoi cittadini soldati. La Costituzione di un Paese in qualche modo rappresenta le mura di questo Paese, le fondamenta, cioè che difende la vita solidale e democratica di una comunità politica. Ma questa vale soltanto se è scritta e registrata nel cuore dei suoi cittadini. Noi abbiamo cercato di leggerla e di presentarla, ora la chiudiamo simbolicamente ma vogliamo dire che speriamo che rimanga aperta e vigile nel cuore di tutti.