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Articolo 9 - seconda parte: conversazione con Paolo Prodi (Università di Bologna)

Paolo Pombeni

Paolo Prodi non è solo uno storico importante, è stato anche un organizzatore della cultura, perché ha servito il suo paese prima come direttore dell’ufficio studi del Ministero della Pubblica Istruzione, poi come Rettore dell’Università di Trento e fondatore sempre a Trento dell’Istituto storico italo-germanico. Dall’osservatorio di questa lunga milizia nella cultura e nell’università che giudizio trae lei, professor Prodi, oggi dell’art. 9 della nostra Costituzione?

Paolo Prodi

E’ un articolo significativo, anche dal punto di vista del metodo di osservare la nostra Costituzione. Anzitutto si situa nei principi fondamentali, dopo la libertà religiosa e prima delle garanzie di asilo politico e quindi delle libertà di tipo giuridico. Il problema è centrato sulla conservazione e lo sviluppo del patrimonio culturale della Nazione. La prima cosa da osservare è il perché non è stato fatto subito un Ministro, un Ministero, che in qualche modo attuasse questa disposizione. Bisogna aspettare il 1975 perché sia istituito il Ministero dei beni culturali e ambientali. Questo ci fa capire come l’attuazione della Costituzione non sia un fatto immediato. Le preoccupazioni dei costituenti erano di non fare un Ministero della cultura, questo credo sia la prima cosa da sottolineare. Venivamo fuori dall’esperienza fascista e quindi si riteneva pericoloso un intervento diretto dello Stato sulla cultura. E’ logico. Perché poi l’articolo 9 va collegato con l’articolo 33 sulla libertà della ricerca, come altro principio fondamentale della nostra Costituzione e allora il Ministero dei beni culturali, che è nato nel ‘75 e poi si è sviluppato sino ai nostri giorni, è in qualche modo un ministero di servizio. La cultura non lo fa lo Stato, la cultura la fanno i cittadini e la fanno le istituzioni che devono essere libere in questa produzione di cultura. Lo Stato interviene per garantire e per aiutare questo tipo di sviluppo. L’altro principio importante è che sono cambiati in questo cinquantennio il senso della cultura e del patrimonio ambientale e storico del paese. E quello che è venuto sviluppandosi in questo cinquantennio è la coscienza che si tratta anche di un patrimonio di tipo economico che può dare al paese una ricchezza.

Paolo Pombeni

E che vuol dire oggi promuovere la ricerca, con un sistema universitario che ha raggiunto il centinaio di sedi e sembra più una fabbrica dei famosi “pezzi di carta” che un concentrato di laboratori di alti studi come dovrebbe essere?

Paolo Prodi

Questo è un tasto doloroso di un’attuazione ancora in sospeso della Costituzione. Io penso che questo vada ripreso sul serio, cioè che questi principi fondamentali vanno in qualche modo riscritti ad ogni generazione per diventare effettivi. Per quanto riguarda il tema della ricerca, soprattutto a livello universitario e/o para universitario l’insieme delle istituzioni che sovraintendono o dovrebbero sovraintendere la ricerca scientifica nel nostro paese diciamo così che la loro situazione è ancora in uno stato di estrema debolezza. Per conto mio lo sbaglio che si è fatto alcuni decenni fa, e che paghiamo ancora, è di avere immesso nell’università tutto il sistema di formazione professionale del paese e di avere quindi messo la ricerca in secondo piano. Si fa ricerca nelle università ma direi che si fa sostanzialmente negli interstizi. In Italia abbiamo fatto, a mio avviso, un grosso pastone indifferenziato. Le colpe possiamo attribuirle all’una o all’altra cosa. Io credo che la colpa sia anche della docenza universitaria che ha, in un qualche modo, esteso la sua ramificazione anche nelle piccole città. Abbiamo avuto una moltiplicazione delle università -che è a conoscenza di tutti- senza curare una specializzazione, senza curare una programmazione della ricerca. Io penso che lo sforzo che dovrebbe essere fatto in questo momento storico, data anche la scarsità di finanza, perché poi questo è un altro dei problemi evidentemente fondamentali per la ricerca, deve essere quello di una programmazione. Penso anche ad una separazione con la formazione professionale superiore. Però dobbiamo avere anche delle strutture che appunto portino avanti questa funzione fondamentale che nella società post-industriale accanto all’Italia turistica e paesaggistica è la maggiore ricchezza di cui l’Italia potrebbe disporre.