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Paolo Pombeni
Professor Cammelli, che legittimazione riceve oggi dall´art. 5 della nostra Carta Costituzionale quello che una volta era definito “amministratore locale” e che oggi in tanti casi viene definito come “governatore”?
Marco Cammelli
Una legittimazione importante perché l’articolo 5 è una specie di enorme inversione nella tradizione e nella esperienza italiana. L’unità italiana era un’unità come molti sanno fragile, politicamente claudicante, traballante, il sistema amministrativo accentrato e uniforme era un elemento chiave di tenuta del sistema. Quindi fin da subito il sistema amministrativo è stato un sistema accentrato per rafforzare l’unità italiana con una funzione anche politica di questo. Tanto è vero che chi metteva in discussione l’unità amministrativa si diceva mette in discussione l’unità politica.
L’articolo 5 rovescia questo binomio. Non è più l’unità amministrativa a presidio dell’unità politica, ma al contrario sono l’autonomia e il decentramento che sono la nuova espressione della unità italiana che trova la sua identità nella Costituzione e la sua vita quotidiana in un pluralismo amministrativo. Era una grossa inversione. Questa inversione si è realizzata soltanto in parte nell’esperienza italiana. Il risultato è che i governatori, i presidenti di regioni, hanno oggi una forte legittimazione elettorale, una discreta legittimazione politica, ma il sistema amministrativo si è adeguato solo in parte.
Paolo Pombeni
Però l’adeguamento del sistema italiano alle esigenze delle autonomie e del decentramento è direttamente previsto in Costituzione. Possiamo dire che c’è una marcia in questa direzione?
Marco Cammelli
Possiamo dire che una marcia c’è. Una marcia per essere convincente, per essere fattiva, bisogna che contemporaneamente crei il nuovo e superi il vecchio. Invece noi per un lungo periodo -direi dalla fine del secolo scorso e tutt’ora il discorso è ancora aperto- siamo andati verso il decentramento ma non abbiamo superato fino in fondo il sistema amministrativo precedente.
Conclusione: abbiamo decentrato le funzioni ma i ministeri se contiamo il numero degli addetti e del personale sono ancora praticamente come prima. Quindi noi ci permettiamo il lusso di mantenere una organizzazione amministrativa in parte ancora accentrata e ministeriale e in parte ancora decentrata sul sistema delle regioni e degli enti locali. Questo non aiuta il buon funzionamento e naturalmente non aiuta neppure i limiti alla spesa pubblica e questo è un grosso problema.
Paolo Pombeni
Ci consenta di porre a lei, che ha studiato a lungo e non solo nella teoria ma anche sul campo, l’evoluzione dei poteri locali la domanda inevitabile: ma l´autonomia che è un vantaggio per le regioni e le città più grandi e più strutturate, non finirà per tradursi in una difficoltà per tutte quelle città e regioni che non hanno a disposizione risorse adeguate?
Marco Cammelli
C’è un primo livello di risposta, la domanda è importante e la risposta deve essere fondamentalmente chiara sul punto. C’è un primo livello e cioè in un decentramento o in un cosiddetto federalismo all’italiana, certamente si porranno dei problemi di grosse differenze, ma su questo l’articolo 119 della Costituzione prevede forme perequative e forme di bilanciamento delle diversità troppo marcate e di diversità che incidessero sui diritti fondamentali.
Questo però è soltanto un primo livello di risposta perché un secondo livello di risposta è che l’autonomia è differenza e non si può essere favorevole all’autonomia e contrari alle differenze. Le differenze significano opportunità, che chi è capace di gestire e di utilizzare utilizza.
E fatalmente questo apre un discorso di differenziazione all’interno del nostro territorio. Il punto importante, oltre a questi aspetti perequativi, è che questa differenziazione non incida sulla cornice generale, quella che va salvaguardata, dei diritti fondamentali. Questa deve essere invece garantita.
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