Articolo 4 - seconda parte: conversazione con Umberto Romagnoli (Università di Bologna)
Paolo Pombeni
Prof. Romagnoli, a che punto è oggi la questione del diritto al lavoro rispetto al punto in cui siamo partiti all´epoca della Costituente?
Umberto Romagnoli
Se io dovessi organizzare una enciclopedia giuridica, alla voce diritto al lavoro metterei un rinvio: si rimanda alla voce catastrofe. Non è per volere fare lo spiritoso, ma è certo che in Italia ma non solo il diritto al lavoro è bello ma impossibile, potenziale ma non esigibile, che può influire soltanto sulle politiche economiche, sulle politiche sociale. Ma non è in grado da solo di potere determinare, non dico il primo impiego, ma facilitare l’incontro tra domanda e offerta, preparare lavoratori che siano in grado di accettare offerte di lavoro e quindi saper fare, imparare. A saper fare la scuola non ci riesce, anzi la scuola in Italia è particolarmente disastrata, l’università idem e quindi il diritto al lavoro resta una stella da cui continua ad arrivare una luce, ma trasmette dei segnali molto intermittenti.
Paolo Pombeni
Cosa si può dire di questo "dovere" di concorrere col lavoro al progresso economico e sociale della nazione in tempi in cui questa partecipazione è meno sentita?
Umberto Romagnoli
Il lavoro conferisce legittimazione alla cittadinanza sociale. Su questo i padri costituenti furono estremamente chiari: prestare un’attività equivale ad accedere alla cittadinanza. È il lavoro il tramite che consente l’accesso allo status di cittadino. Ma se il lavoro non c’è? Io mi chiedo e se il lavoro non è decente? Perché la nostra Costituzione ha garantito i pilastri di qualunque sistema capitalistico: garanzia della libertà di iniziativa economica e diritto di proprietà privata. Li garantisce a una condizione. A condizione che il lavoro, senza il quale l’iniziativa economica non si sviluppa, sia un lavoro decente e chi lavora sia trattato decentemente. A questo punto se noi realizzassimo questo obiettivo, l’impegno della Repubblica di creare le condizioni atte a consentire l’esercizio del diritto al lavoro sarebbe la cosa realistica.
Paolo Pombeni
Eppure oggi si nota una certa volontà di pensione che non di lavoro, questo crea qualche problema?
Umberto Romagnoli
Io non vedo disaffezione al lavoro. Se mai vedo una disaffezione ad un lavoro stupido, che presuppone persone non intelligenti o persone non istruite sufficientemente. Ma se l’organizzazione del lavoro chiede al lavoro più obbedienza che creatività, allora cosa pretendi che il lavoro possa piacere? Ma cambiate l’ambiente di lavoro, rendendolo non solo più sicuro visto che le morti sul lavoro sono uno stillicidio quotidiano, ma rendendolo anche più appetibile.
Ai miei studenti che vengono a lezione nella nostra università, nella nostra facoltà, dico sempre: guardate che fuori vi aspetta un lavoro che difficilmente potrà realizzarvi. Quindi io non vi dirò qui che il lavoro redime l’uomo o che il lavoro è il punto più alto della autorealizzazione della propria personalità, non vi dirò questo perché voi troverete subito la smentita e vi ricorderete che il professor Romagnoli raccontava delle storie, raccontava delle bugie. Vi dirò che il lavoro è un fatto di auto realizzazione e auto-emancipazione per una minoranza privilegiata. Ma se questo è vero non pretendiamo che il lavoro sia accettato con grande entusiasmo. Al lavoro ci si va perché si ha bisogno di lavorare, nel senso che il lavoro è una fonte di reddito e se non lavori non hai la possibilità di ottenere quel minimo di pacchetto di servizi e beni che ti danno la sensazione di essere un cittadino di serie A.