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Articolo 21 - seconda parte: conversazione con Giovanni Rossi (Segretario Nazionale Aggiunto FNSI, federazione naz. stampa italiana)

Paolo Pombeni

Segretario Rossi, davvero oggi il problema è solo in minima parte l’affermazione generale della libertà di manifestazione del proprio pensiero, del pensiero politico e della tutela da misure repressive arbitrarie o c’è qualcos’altro?

Giovanni Rossi

Varie maggioranze politiche che si sono susseguite nel nostro paese hanno progettato di limitare la libertà di cronaca. Anche in questo momento noi stiamo facendo una sorta di giro d’Italia di manifestazioni per protestare contro il progetto che riguarda le intercettazioni. Poi in realtà le intercettazioni sono solo l’elemento scatenante, una sorta di scusa, perché se si guarda la norma in realtà si vuole impedire l’esercizio del diritto di cronaca. Si impedirebbe addirittura di potere raccontare avvenimenti rilevanti sino a che questi non vanno alla prima udienza del processo, il che ovviamente impedirebbe di sapere qualsiasi cosa nella fase istruttoria. Noi riteniamo che il problema della libertà di stampa nel nostro Paese sia tutt’altro che un problema limitato. E’ un problema rilevante.

Paolo Pombeni

In tempi di pluralità di mezzi di comunicazione sociale, per usare un termine che oggi è molto di moda, il contributo che la Costituzione auspica sugli interessi finanziari come forma di controllo di questi interessi è ancora possibile o siamo davvero in una situazione in cui crediamo di sapere tutto, ma in realtà sappiamo poco delle basi finanziarie che stanno dietro al sistema dell’informazione?

Giovanni Rossi

Certo la situazione non è delle migliori. C’è una vecchia rivendicazione del movimento dei giornalisti più attenti ai temi dello sviluppo democratico dell’informazione nel nostro paese che secondo me è di grande attualità, anche se viene vista come una rivendicazione estremistica. Ed è quella del cosiddetto statuto dell’impresa editoriale e giornalistica, che dir si voglia. Cioè un complesso di norme che noi chiediamo che il Parlamento realizzi che distingua in qualche modo (si devono trovare le modalità, non è semplice, mi rendo conto) distingua l’attività editoriale di un grande imprenditore dai suoi interessi altri, dai suoi interessi industriali in altre imprese. Perché ovviamente c’è il grosso problema di tutelare attraverso questa via l’autonomia delle imprese giornalistiche, quindi l’autonomia dell’informazione rispetto agli interessi economici e finanziari che molto spesso in Italia sono gli interessi principali dell’editore: cioè prima l’imprenditore in altri campi poi editore. E questo è un tema che richiederebbe a nostro avviso una legislazione specifica. Con ciò realizzando peraltro un dettato dell’articolo 21 della Costituzione.

Paolo Pombeni

L’ultimo comma verte sul divieto di comunicazioni contrarie “al buon costume”. E’ un’affermazione che sa tanto di un’epoca bigotta e puritana. Ma forse verrebbe da pensare che qualche volta una ripresa, non in senso puritano, ma in senso rigoroso del rispetto della “moralità pubblica”, soprattutto verso i minori, i deboli, ma anche in generale, potrebbe avere ancora un suo significato?

Giovanni Rossi

Sì, sono senz’altro dell’opinione che ha qualche significato anche oggi. Mi rendo conto di una cosa di cui sono ovviamente responsabili i mezzi di informazione, e quindi i giornalisti che questi mezzi utilizzano per comunicare e informare. E cioè che quello che viene veicolato oggi prevalentemente è di un basso livello culturale, per dirla in modo un po’ estremizzato: le donne sono tutte un oggetto e non hanno alcuna intelligenza e l’uomo, quando va bene, è un palestrato che pensa a tutto tranne che alla cultura e allo sviluppo della civiltà umana. E’ evidente che c’è una responsabilità culturale e morale dei giornalisti i quali intanto devono recuperare la sostanza della loro professione e cercare negli avvenimenti possibilmente la verità e di raccontare quello che riescono ad apprendere in questa ricerca. Questo è il lavoro della ricerca e non è quello di commentare perché è più facile commentare che cercare fatti. Questo è il motivo per cui si commenta molto e si racconta poco. L’altra questione riguarda i minori e i soggetti deboli. Su questi esistono già delle norme. Noi ci siamo dati degli strumenti precisi, a cominciare dalla carta di Treviso che tratta in modo specifico il tema dei soggetti deboli e dei minori. Da questo punto di vista si tratta di richiamare tutti i giornalisti e tutti gli operatori dell’informazione a un rispetto rigoroso e ci deve essere anche un intervento più efficace del nostro ordine professionale nel sanzionare chi non rispetta queste norme che non sono un’opzione. Io sono un giornalista diciamo più attento e allora le rispetto oppure sono giornalista che punta agli scoop allora non li rispetto. Non c’è questa scelta. E’ un obbligo e come tale un obbligo va rispettato e se non è rispettato devono esserci delle sanzioni.