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Articoli 41-42-43-44 - seconda parte: conversazione con Anna Maria Artoni (Presidente Confindustria ER)

Paolo Pombeni

Presidente Artoni, all´epoca della Costituente gli imprenditori italiani non erano molto contenti di come veniva ad elaborarsi la Carta e anche di come veniva disegnando da un certo punto di vista il panorama dell´economia italiana. Attualmente le cose sono diverse?

Anna Maria Artoni

Un po’ però è vero che allora erano tempi diversi. Il periodo certamente portava gli imprenditori, ma non soltanto, ad avere non troppo chiaro quali potevano essere le prospettive anche di sviluppo anche di un sistema economico in questo paese. In più c’era un dibattito che si spostava tra la cultura cattolica che ovviamente nel nostro paese era molto forte e una cultura marxista che altrettanto aveva un peso importante. Perciò tutto ciò che contava allora era il lavoro. Non l’impresa e il mercato. E in questa logica siamo andati avanti tanti anni. Anche oggi si continua a parlare forse ancora di quello, da un lato, quindi non si mette mai il mercato come elemento valoriale, ma si mette sempre il lavoro. Ma secondo me invece è il mercato che crea lavoro e che crea potenzialità. Oggi qualcosa è cambiato, però dall’altro lato io penso che nel nostro paese si siano fatti grandi passi in avanti soprattutto grazie all’Europa. Cioè i grandi passi in avanti che il nostro paese ha fatto gli ha fatti perché l’Europa incalzava e gli altri paesi chiedevano e pretendevano determinate cose e la spinta, la concorrenza ha fatto sì che ci fosse un grande passo in avanti da questo punto di vista. Però è molto facile secondo me ancora rifuggire da logiche di mercato e invece andarsi a nascondere dietro a situazioni più protezionistiche o comunque rifugiarsi dal grande papà che è il nostro Stato, il nostro Paese.

Paolo Pombeni

Da un punto di vista manualistico si parla di una economia mista, cioè una economia che mette fianco a fianco imprese private ed imprese a partecipazione statale. Oggi però, come tutti sanno, anche le imprese a partecipazione statale dicono, pretendono di ispirarsi unicamente alle regole del mercato. Se così è, ha ancora veramente senso parlare di "economia mista"?

Anna Maria Artoni

Io credo nel mercato e credo nel mercato vero. Io credo che gli attori che partecipano al mercato debbano essere liberi, devono esserci delle regole chiare ma devono essere valide per tutti. Penso che lo Stato debba fare il suo mestiere e quindi debba essere in qualche modo allenatore, colui che mette i giocatori in campo e in grado di giocare la loro partita. Gli attori secondo me devono essere, se c’è mercato e se c’è concorrenza, e quindi se ci sono le regole giuste, quindi le liberalizzazioni che sono mancate in tanti ambiti nel nostro Paese e che stanno ancora mancando, credo che quelle siano la grande opportunità e credo che i giocatori siano soggetti privati che mettono in campo risorse e che grazie al fatto che sono più soggetti consentono di avere più prodotti/servizi di qualità al minor costo possibile quindi chi ci guadagna e chi deve essere messo al centro di tutto e delle nostre attenzioni è il consumatore e quindi il cittadino e comunque la persona, il soggetto alla quale dedicare ogni attenzione e ogni interesse. Ma ciò che noi andiamo a vendere deve essere sempre e comunque un prodotto di alta qualità al prezzo più basso possibile. Se non c’è mercato, se non c’è concorrenza e quindi se le logiche e lo dico perché a volte se le aziende non sono libere difficilmente premiano i migliori ma premiano a seconda di altre logiche che possono essere politiche, possono essere di altro tipo, di convenienza di quel momento. Ovviamente non si va in una logica di mercato di dare risposta adeguata al consumatore, al cliente ma invece dare un altro genere di risposta. Quindi secondo me dobbiamo ancora fare passi in avanti rispetto a questo punto di vista e però ognuno dovrebbe riflettere rispetto a quello che è il ruolo che deve svolgere all’interno dei confini nazionali. Lo Stato ci può essere, secondo me ci deve essere dove c’è monopolio. Io credo che se non c’è concorrenza il miglior soggetto possibile è assolutamente lo Stato, è il pubblico. Se invece c’è la possibilità di avere concorrenza in partita ci possono stare tutti quelli che hanno la forza e la capacità per competere.

Paolo Pombeni

Proprio riprendendo le cose che lei stava dicendo, oggi in un´epoca di globalizzazione dei mercati possiamo ancora parlare di un orgoglio nazionale degli imprenditori che si sentono di difendere in qualche modo quello che potremmo chiamare il "modello economico italiano"?

Anna Maria Artoni

Io credo molto nella sfida del “glocal”, del globale e del locale. Io credo che le grandi sfide che noi oggi dovremmo andare a giocare siano sfide di territorio. Tanto che insisto sul fatto che proprio sia a livello regionale la dimensione minima nella quale si può andare a giocare delle partite di competitività, quindi un gioco di sistema secondo me. Però detto questo sul territorio nazionale poi ci possono essere imprese italiane e comunque nazionali, ma la proprietà è indifferente, secondo me è indifferente che ci sia un cinese, un giapponese o un italiano a capo di una azienda che sta qua. Il valore per un paese è quello di avere una economia che funziona, che produce ricchezza, che la distribuisce, quindi che dà benefici a tutti i soggetti ma che dà anche il miglior prodotto possibile. E se il miglior prodotto possibile, io credo che gli italiani abbiano tutte le capacità per poterlo fare, ma non necessariamente sono loro, ecco che possono esserci anche degli attori stranieri. Quindi vista in questa logica l’identità nazionale o comunque la voglia di avere dei campioni nazionali secondo me ha senso, ma soltanto in questa logica. Una logica di marchi, di riconoscibilità di territorio, di compresenza di tutta una serie di fattori, ma certamente non la proprietà dell’impresa perché la proprietà dell’impresa secondo me deve essere di colui che è capace di farla andare avanti.