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Paolo Pombeni Professoressa Zannotti, come mai, nonostante questa impostazione così garantista, il nostro sistema giudiziario è costantemente sotto accusa per non essere adeguatamente in grado di dare una giustizia reale ai cittadini? Francesca Zannotti I principi che sono stati prima elencati e che sono i principi costituzionali che riguardano i diritti giuridici dei cittadini, sono patrimonio comune di tutte le costituzioni europee e dunque sono quelli a cui bisogna riferirsi per capire quali sono eventualmente i difetti o i ritardi della giustizia italiana. Perché in realtà l’Italia viene considerata un unicum solo per la lunghissima durata dei processi, anzi l’intollerabile durata dei processi, nonostante l’articolo 111 della Costituzione sia stato riformato nel 1999 introducendo il principio della ragionevole durata dei processi. Però è questa, secondo l’Italia, la ragionevole durata dei processi: dopo 3 anni per il primo grado, dopo 2 anni per il secondo grado, dopo 1 anno per la Cassazione, sempre che siano processi di normale routine, si ha diritto al risarcimento dei danni non all’accelerazione dei processi e quindi questo fatto crea un unicum che ha solo l’Italia. E se andiamo con il detto anglosassone che la giustizia ritardata è una giustizia negata, voi capite che certo il sistema italiano sembra non funzionare. In realtà ci sarebbero da introdurre, come altri paesi hanno fatto con grande successi, rimedi strutturali e organizzativi che hanno consentito agli altri paesi di ridurre a pochi mesi di attesa i processi. Paolo Pombeni L’articolo 27 afferma, come spesso viene ricordato, che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Ma questa affermazione sembra avere più un valore legale, anzi quasi legalistico, che reale, soprattutto in quei casi in cui il processo è dato in pasto alla pubblica opinione, se non addirittura alla pubblica pruderie…Davvero non ci si può far nulla per questa situazione? Francesca Zannotti E’ molto difficile intervenire su questo perché il principio della presunzione di innocenza fino a condanna definitiva confligge con un altro principio fondamentale della nostra Costituzione, di cui si è parlato nelle precedenti puntate, che è quello appunto del diritto di informazione, di trasmissione, di stampa che è un diritto inviolabile. Quindi non è impendendo che si facciano le trasmissioni che si riduce la violazione dei diritti giuridici. Io credo che il cittadino si senta leso nei diritti giuridici non tanto quando la stampa o la televisione danno notizie sull’andamento dei processi già in corso. Il cittadino si sente violato tutte le volte che viene messo in prima pagina con delle accuse che non sono ancora sostenute a sufficienza da prove che poi porteranno a un rinvio a giudizio. E noi, è vero, abbiamo assistito in questi anni a veri e propri linciaggi a mezzo stampa che poi vanno a finire come? Che addirittura c’è una assoluzione in primo grado, ma certe volte non si inizia neanche il processo perché appunto c’è il non luogo a procedere alla fine delle indagini. Allora quale è il rimedio possibile? E’ che le magistrature inquirenti abbiano un minimo di riservatezza nel dare notizie durante le indagini. Perché si sa che si possono scoprire ulteriori cose che scagionano uno e incolpano un altro. E quindi il Consiglio Superiore della Magistratura ha più volte richiamato nelle sue circolari la necessità di riservatezza da parte dei pubblici ministeri, tuttavia come abbiamo visto il risultato è stato che questa raccomandazione non è stata seguita anche perché, devo dire, il Consiglio parla di questa riservatezza ma non ha mai punito i comportamenti da protagonisti dei pubblici ministeri, certe volte abbastanza evidenti che il Consiglio stesso non apprezza, oltre che la legge. |