Articoli da 101 a 113 - seconda parte: conversazione con Carlo Guarnieri (Università di Bologna)
Paolo Pombeni
Professor Guarnieri, la solenne affermazione che la giustizia appartiene al popolo è ancora in grado di funzionare come faro ispiratore di un sistema giudiziario nella prospettiva del XXI secolo?
Carlo Guarnieri
La giustizia appartiene al popolo sino ad un certo punto perché il giudice, un giudice indipendente è innanzitutto un garante. Quindi se vogliamo, l’indipendenza del giudice è stata costruita in funzione di garanzia, in funzione di garanzia di diritti. Quindi non necessariamente come elemento democratico. Naturalmente nella tradizione costituzionale, soprattutto dell’Ottocento, il problema veniva risolto attraverso la seconda parte dell’articolo 101, quella che recita che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Allora, dato che la legge era espressione della volontà popolare, i giudici nella misura in cui erano soggetti alla legge venivano legittimati dentro questo quadro. Quindi in altre parole non c’era contraddizione tra l’indipendenza del giudice e la sua espressione della volontà popolare. Naturalmente questa è una giustificazione che regge sino ad un certo punto. Oggi, se vogliamo, le cose sono ancora più difficili perché la legge, non solo spesso la legge non è chiara, non si sa bene cosa abbia detto il legislatore, ma molto spesso anzi come in molti sistemi anche nel nostro, il giudice è chiamato a verificare la congruenza fra la legge parlamentare e la legge fondamentale, la Costituzione. E quindi da questo punto di vista la soggezione del giudice alla legge è una formula che oggi rappresenta sempre meno la realtà. Direi che in astratto c’è una contraddizione. Naturalmente tutti i sistemi, tutti i regimi politici hanno vissuto questa contraddizione come, tutto sommato benefica, nel senso che fa parte di quella contraddizione, di quella tensione direi, tra l’elemento democratico, l’elemento costituzionale di garanzia liberale che caratterizza un po’ tutte le democrazia contemporanee. Naturalmente è una tensione che in certi momenti può diventare piuttosto forte.
Paolo Pombeni
Fare della magistratura un potere indipendente, cioè non sottoposto al controllo degli altri due tradizionali, Parlamento e Governo, è parte ovviamente, come lei ricordava, della rivoluzione del costituzionalismo. Ma questa "indipendenza" cosa dovrebbe significare? Che ogni giudice fa quel che vuole? Che la magistratura è una corporazione a parte? O forse qualche cosa di diverso?
Carlo Guarnieri
L’indipendenza è uno strumento, è un mezzo per garantire l’imparzialità del giudice, anche nel giudizio, anche quando una delle parti in causa è uno dei poteri dello Stato. Quindi l’indipendenza, diciamo così, vale nella misura in cui garantisce l’imparzialità. Il giudice, diciamo così, è indipendente, può fruire della sua indipendenza nella misura in cui è un buon giudice. E chi decide di questa bontà? Nella tradizione inglese sono soprattutto i suoi colleghi. In Europa continentale le cose sono più complicate. Noi avevamo un tempo, diciamo così, un forte ruolo affidato al Ministro, affidato alla Corte di Cassazione. Questo ruolo è stato ridimensionato negli ultimi tempi, a favore, tutti lo sanno, anche nella nostra Costituzione, del Consiglio superiore della magistratura e questo ovviamente è un mutamento che vale la pena di considerare.
Paolo Pombeni
Come è stato detto una delle discussioni attuali, anzi più vivaci, ha per oggetto la composizione dell´organo di autogoverno dei magistrati, il CSM. Quale era l´obiettivo dei costituenti a questo proposito e perché oggi l´equilibrio disegnato da quelle norme è materia di tante critiche?
Carlo Guarnieri
I costituenti io ritengo, se uno si legge anche gli atti, ovviamente come molti costituenti, erano essenzialmente retrospettivi. Cioè loro avevano davanti, diciamo così, i difetti e i limiti del regime liberale e i caratteri antidemocratici del fascismo. Quindi il loro obiettivo era costruire una magistratura indipendente che potesse essere di garanzia nei confronti degli abusi dell’esecutivo. Quindi l’obiettivo era affidare alla magistratura un ruolo, la gestione di tutte quelle decisioni che toccano lo status del giudice, che potessero limitare , intaccare la sua indipendenza, al fine di farle svolgere questa funzione di garanzia. Però in costituenti avevano in mente una magistratura, mi si perdoni il termine, meritocratica. Una magistratura in cui ci fossero promozioni, come dice l’articolo 105 della Costituzione, in cui appunto ci fossero delle selezioni, delle valutazioni vere. Questo purtroppo si è perso, diciamo sinceramente. Il fatto di avere affidato l’elezione dei membri magistrati alla totalità del corpo, con un meccanismo elettorale di tipo politico, chi deve svolgere queste valutazioni è eletto dalle stesse persone che devono essere valutate. E voi capite che qui c’è un punto che non garantisce perfettamente le qualità professionali. E direi che questo è il punto su cui bisognerebbe intervenire.