Schapelle Corby, Australiana di Brisbane, ventottenne, studiava per diventare estetista e durante le ferie dell'anno scorso decise di fare un viaggio a Bali in Indonesia per visitare sua sorella.
Forse agli Italiani questo nome non dice nulla, ma in Australia il nome e il volto di Schapelle è ormai tra i più celebri.
Il 27 maggio 2005, con il processo trasmesso dal vivo, Schapelle fu condannata a 20 anni di carcere per traffico di droga, perché fermata dalla dogana Indonesiana con 4.1 Kg di marijuana nella sacca che conteneva il suo boogie board (una specie di surf board per dilettanti).
Tutta l'Australia segue la triste storia di Schapelle dall’ottobre del 2004, quando Schapelle venne arrestata all’aeroporto di Bali. Sin dall’inizio Schapelle ha sempre sostenuto di essere innocente. Secondo lei, qualcuno, all’aeroporto di Sydney, avrebbe messo la droga nella sua sacca. Per i giudici indonesiani, invece, lei è colpevole.
Dopo la condanna gli australiani protestarono in massa contro il governo indonesiano. Giorno dopo giorno, la faccia di Schapelle appariva sugli schermi delle televisioni australiane e neozelandesi, Schapelle divenne per molti un "martire innocente". Molti australiani cominciarono a boicottare il turismo verso Bali e l’Indonesia e alcuni chiesero addirittura indietro i soldi donati per lo tsunami.
Com’è andato questo processo durato quasi nove mesi?
Secondo l’accusa, Schapelle si era rifiutata di aprire certi scomparti della sua sacca ai doganieri dell’aeroporto di Bali, ma quando furono aperti, questi contenevano la droga. In Indonesia, come in Australia, se una persona viene scoperta in possesso di droga viene subito incriminata.
La difesa sosteneva invece che la Corby non si oppose mai al controllo della sua sacca. Inoltre fu chiamato un testimone, un carcerato australiano che dichiarò di conoscere l’uomo (un altro prigioniero) che dall’aeroporto di Brisbane avrebbe messo la droga nelle valigie dei passeggeri - un piano per trasportare la droga da Brisbane a Sydney. Il testimone afferma che in quest’occasione ci sarebbe stato un equivoco, e "l’addetto" all’aeroporto di Sydney si sarebbe sbagliato e avrebbe lasciato la droga nella sacca. Ovviamente, questo tipo di difesa suggerisce che certi impiegati degli aeroporti australiani sono corrotti e che fanno parte del giro del traffico di droga.
Inoltre, ci sono state accuse di tentata corruzione dei giudici; un giudice molto severo che si vanta del fatto di avere inflitto cinquecento condanne su cinquecento casi da lui presieduti, e che durante il processo leggeva un libro sulla pena di morte; il fatto che, se Schapelle avesse davvero fatto da corriere, perché proprio a Bali, dove la marijuana costa molto meno di quella australiana?
I media invece scoprirono molti aspetti “interessanti” (se veri) sulla vita di Schapelle: un padre e un fratello pregiudicati (traffico di droga e furto), un misterioso ex-marito giapponese e il lavoro di Schapelle come spogliarellista in Giappone, frequentissimi viaggi a Bali con passaporti falsi . . .
Il processo raggiunse il suo apice all’inizio di maggio quando Schapelle si appellò ai giudici, sempre impeccabile con i capelli a posto, truccata e vestita per bene, contro la probabile pena di morte. Sfortunatamente, dopo questo suo appello, Schapelle trovò molto difficile ritornare in tribunale per ascoltare la sentenza a suo carico, in una prima occasione fu perseguitata dai mass media, poi svenne, si ammalò, ci fu perfino una crisi depressiva e il processo fu rinviato al 27 maggio. Alla fine, imbottita di sedativi e azzittita la madre, rozza e poco carismatica (che le aveva fatto fare migliaia di gaffe e brutte figure durante l’intera durata del processo e specialmente davanti ai media) le viene inflitta la pena di 20 anni di reclusione. Tutte e due le parti si appellarono: l’accusa vuole la pena di morte e la difesa una pena più corta e la possibilità di scontarla in una prigione australiana. Il processo continua . . .
