"Il tesoretto? Se mi dicono sì io so già dove spenderlo"
Bologna (1 ottobre 2011 – Resto del Carlino, intervista a cura di Andrea Zanchi) – C’è tesoretto e tesoretto, nell'intricato panorama delle finanze pubbliche italiane. Quello che, secondo i dati della Copaff (Commissione tecnica per l'attuazione del federalismo fiscale), è in mano alle Regioni italiane — quasi 37 miliardi di euro accumulato nel 2010 — si trova in una singolare posizione: bloccato. Il colpevole? Sempre lui, il patto di stabilità. Che, come dice Vasco Errani, presidente dell'Emilia-Romagna e della Conferenza delle Regioni, «impedisce di spendere gli avanzi di bilancio» che sono nelle casse degli enti regionali di (quasi) tutta Italia. Presidente Errani, a guardare le nude cifre, le Regioni di soldi da investire ne avrebbero in abbondanza, tagli o non tagli governativi. «Bisogna però chiarire un punto. Se anche una Regione chiude con un avanzo di bilancio, il patto di stabilità impedisce di spendere questi soldi. E' una forma diversa di tagli, che si somma a quella che interessa i trasferimenti statali. Se non si tiene conto di questo vincolo non si capisce perché le Regioni abbiano un attivo nei conti, ma non possano spendere quanto hanno risparmiato».
Non c'è davvero nessun modo per sbloccare questi soldi?
«Autorevoli dirigenti dello Stato ci dicono che le Regioni hanno degli avanzi Se mi dicono che posso spenderli, io so già dove spenderli. Il cambiamento deve partire dal Governo, e noi lo chiediamo da tempo, così come Comuni e Province, che, seppure in modo diverso, sono colpiti allo stesso modo da questo sistema».
A Palazzo Chigi cosa chiedete?
«Un allentamento selettivo del patto di stabilità, in modo da poter destinare risorse agli interventi già in corso, aprire nuovi cantieri e risolvere il problema della disoccupazione, soprattutto quella giovanile, che è il vero problema del Paese».
Dai numeri emerge però anche un'altra realtà: ci sono Regioni che danno ai loro cittadini ottimi servizi spendendo determinate cifre e altre che, con somme uguali o superiori, offrono prestazioni scadenti. Come si può rimediare?
«Definendo uno standard di spesa a cui il sistema regionale italiano dovrà via via uniformarsi».
Ovvero i tanto evocati ‘costi standard’ del federalismo fiscale?
«Il federalismo fiscale è lo strumento attraverso cui è possibile compiere un'innovazione profonda, ma con le ultime manovre finanziarie, fatte solo di tagli nei trasferimenti agli enti locali, questo strumento è stato praticamente azzerato».
E allora come si fa?
«Come Conferenza delle Regioni abbiamo deciso di promuovere un'autoriforma che definisca lo standard di spesa di tutte le Regioni italiane. Una proposta che abbiamo intenzione di portare alla Commissione straordinaria sui costi della Pubblica Amministrazione che il Governo ha isituito di recente. Ma su questo serve un intervento coerente, fatto senza demagogia e con serietà».
E tagliare i costi della politica, magari partendo proprio dallo sfoltimento di consigli regionali decisamente 'sovraffollati'?
«La nostra proposta comprenderà anche la spesa per le istituzioni e a politica».
Nel 2011 ha ancora senso la distinzione tra Regioni a stato ordinario e statuto speciale, o questa differenza serve solo a mantenere livelli di spesa insostenibili e qualche privilegio?
«Il percorso di riforma dei costi dovrà tenere insieme e interessare tutto il sistema delle Regioni italiane, al di là' dello statuto».

