Stefano Bonaccini

Presidente della Regione Emilia-Romagna

Settantesimo Liberazione, intervento presidente Bonaccini

Bologna, Piazza Maggiore, 25 aprile 2015

Siamo qui tutti assieme, nella piazza che è il cuore di questa città bella e appassionata. Per condividere assieme una festa. Una festa tra le più importanti del nostro Paese.
Perché oggi festeggiamo la nostra democrazia e la nostra libertà.
Noi oggi festeggiamo la speranza di tanti che ci hanno dato speranza
e perciò festeggiamo il futuro che vogliamo vedere libero davanti a noi.

Vi ringrazio per avermi invitato ad essere qui con voi,
per fare festa assieme
per riflettere assieme
per ricordare assieme
per impegnarci assieme, cioè per prendere impegni comuni.
Ho detto che questa piazza è il cuore di questa città, ma vorrei dire anche che è il cuore della Bologna che combatté per la libertà.
Questa è la piazza della vittoria e della speranza.
Questa è la piazza delle grandi passioni e delle grandi speranze.

Bologna partigiana è fatta di pagine che non si dimenticano: il sacrificio di Irma Bandiera, prima staffetta partigiana poi audace combattente, che ci ricorda lo straordinario contributo delle donne alla lotta di liberazione.

Bologna è la fucilazione del gruppo dirigente di “Giustizia e Libertà.
Bologna è l’eccidio di Sabbiuno, le fucilazioni a San Ruffillo.
Ma Bologna è anche la battaglia dell’Università e la battaglia di Porta Lame.
Fu un movimento che aveva una molteplicità di volti:
il volto di chi combatteva,
di chi faceva la staffetta,
di chi copriva e aiutava,
di chi rifiutava di giurare fedeltà al regime.

Fu il volto dei perseguitati, delle famiglie ebree, di chi fu deportato.
Fu anche la resistenza dei militari
, non dimentichiamolo.
Fu il campo di transito delle Caserme Rosse, quelli che furono trucidati a Cefalonia, chi rifiutò Salò e le milizie, quanti si posero a fianco degli Alleati.
Questa fu la Resistenza a Bologna: impegno in prima persona e fino alla morte di tante persone e allo stesso tempo impegno di una città intera.
Per questo la medaglia d’oro al valor militare conferita alla città di Bologna e appuntata sul Gonfalone civico, è un patrimonio di tutti, ed è il riconoscimento di come la lotta di liberazione abbai rappresentato il riscatto di una generazione e di un Paese.
Questa è la piazza simbolo di una città che è simbolo di una intera nazione, l’Italia.
Permettetemi di dirvi perché io trovo questo il luogo più bello e più giusto per festeggiare assieme quei giorni luminosi del 1945.
Per almeno tre motivi e per tre luoghi
Perché la piazza è lo spazio nel quale si ritrova una comunità, a Bologna come a Casaglia, a Cerpiano, a Salvaro, a Malfolle. I luoghi dell’eccidio di Marzabotto. Non trovo di meglio che citare ciò che scrisse don Giuseppe Dossetti, sulla cui tomba abbiamo portato un fiore insieme a Matteo Renzi, nella prefazione al libro di don Luciano Gherardi intitolato Le querce di Monte Sole.
Scrisse Dossetti: “la prima cosa che colpisce è che soggetto di questa storia è la comunità nel suo insieme: la gente umile e inerme, che trema come una foglia ma reagisce in modo splendido”.
Le vittime di Monte sole sono state intere comunità, unite dal vincolo religioso che le qualificava.
I cristiani uccisi sull’Appennino, gli ebrei deportati nei lager dal centro delle nostre città, dal cuore di Bologna: fermiamoci a riflettere almeno per un momento quando ascoltiamo chi parla di guerre di religione o di guerre tra fedi religiose.
La democrazia ci rende liberi di professare le nostre opinioni e le nostre fedi, la democrazia ci rende liberi di vivere e sopravvivere alla violenza e alla sopraffazione dei regimi dittatoriali.

Secondo motivo per amare questo luogo e questa città.
Perché sul fianco di Palazzo d’Accursio vi è il sacrario dei caduti della resistenza, che non è un cimitero ma un fuoco, il fuoco che dovrebbe scaldarci quando i tempi si fanno più bui e più freddi.
Non è retorica. Pensate per un attimo a cosa ha rappresentato il sacrario di Marzabotto e di Monte Sole per molti giovani negli anni Settanta e negli anni Ottanta. Per loro fortuna non avevano vissuto quei giorni tremendi, ma nell’Italia colpita dagli attentati e dai terroristi andarono in pellegrinaggio a cercare proprio in quei luoghi le radici della democrazia messa continuamente in pericolo dalle bombe sui treni, nelle banche, nelle stazioni ferroviarie.
Molte di quelle fotografie ci mostrano il volto di giovani, a volte di giovanissimi. Allora come oggi non perdiamo mai la fiducia nei giovani perché il futuro nostro è anche nelle loro mani.

Ma io vi invito a guardare anche un poco più in là, a guardare gli scalini e l’ingresso della Sala Borsa, la bella biblioteca nata nel cuore di questa città. Perché la democrazia ci ha restituito la parola: prima eravamo muti.
E chi non può parlare perché dovrebbe perdere tempo a pensare? E chi non può pensare non può scrivere, non può leggere, non può pubblicare libri.
In quella bella biblioteca c’è il profumo del pensiero, che è l’ossigeno per progettare, per sognare, per amare.
Nella città di Bologna, che ancora oggi cura la più antica università, noi possiamo apprezzare ancora di più la bellezza della libertà.
Quando ci chiedono cosa ci ha dato la Resistenza noi possiamo rispondere che non ci ha dato solo belle bandiere ma anche belle piazze libere e aperte, belle biblioteche ricche di un bene prezioso per l’intera umanità.
Anche questo dobbiamo dire con semplicità ai nostri figli, ai nostri nipoti.

Noi siamo qui oggi per ricordare a noi stessi in primo luogo il dovere di ricordare.
Dobbiamo ricordare coloro che morirono allora e tutti quelli che il tempo ci ha tolto. Non posso non ricordare qui davanti a voi William Michelini, che si impegnò sempre in prima persona per affermare i valori della democrazia.

Dobbiamo ricordare che quei giorni d’aprile di 70 anni fa portarono alla liberazione del nostro paese ma soprattutto, misero fine alla guerra più feroce, più distruttiva, più tremenda che l’Italia avesse mai vissuto.

Un conflitto più feroce e più tremendo perfino della Prima Guerra Mondiale, di cui quest’anno si ricordano i 100 anni dell’entrata in guerra dell’Italia.

Vi è chi ha affermato che gli uomini tendono a barattare un poco di libertà in cambio di un poco di sicurezza; settant’anni fa è accaduto esattamente il contrario, perché quelle donne e quegli uomini compresero che solo nella libertà si ha la sicurezza.
Questo vale per ogni singolo cittadino ma vale anche per i paesi interi. Da settant’anni l’Europa ha chiuso nei libri di storia i conflitti che per secoli hanno devastato il nostro continente: questa è una libertà che settant’anni fa ci hanno dato coloro che hanno combattuto: la libertà dalla guerra.
Perché è su questa libertà che l’Europa ha potuto costruire il suo sviluppo economico, il suo sviluppo sociale, il suo sviluppo culturale.
La presenza del Presidente Martin Schulz a casa Cervi, assieme alla Presidentessa Boldrini, mostra che la Liberazione ci ha dato la forza di essere finalmente Europei, per poter cominciare a costruire un soggetto più forte, più rispettato, più giusto.
A settant’anni dai giorni di aprile del 1945 quali impegni ci possiamo prendere?
E noi che siamo rappresentanti delle istituzioni li dobbiamo prendere pubblicamente davanti ai nostri cittadini.
Per questo tra gli obiettivi del nostro mandato c’è la definizione di una legge per la promozione e la valorizzazione della memoria e dei luoghi della memoria.
Vogliamo realizzare un progetto nazionale che metta in rete musei, luoghi, istituzioni, biblioteche e archivi che, in modo spesso precario e fragile, mantengono la cura del ricordo.
In questa regione, purtroppo, non ci mancano i luoghi della memoria: da Marzabotto e Monte Sole, che ho ricordato prima, al Campo di Fossoli, dal quale partirono per i campi di concentramento Primo Levi e tanti assieme a lui, o Casa Cervi, presso la quale nel pomeriggio di oggi si terrà l’ iniziativa che vi ho ricordato prima. Senza dimenticare i tanti ghetti dove, proprio nel cuore delle nostre città, gli Ebrei furono costretti a vivere e dai quali furono deportati verso i campi di sterminio.

Per i ragazzi abbiamo realizzato anche una serie di applicazioni per il telefonino, che guidano ai luoghi della Resistenza e della Liberazione nelle città dell’Emilia-Romagna. Come vedete, non abbiamo certo paura delle innovazioni tecnologiche non ce ne dobbiamo certo vergognare, perché questa è anche una modalità per tenere sempre vicino i luoghi e i fatti di quel periodo.

Con il passare degli anni ci lasciano uno dopo l’altro i testimoni di quel tempo e con loro perdiamo la forza della testimonianza, il potere che il racconto esercita su chi ascolta con il cuore sgombro da pregiudizi, il fascino che la vita vissuta trasmette ai bambini e ai ragazzi.
Eppure, dobbiamo superare il dolore della perdita e domandarci se noi siamo riusciti a far crescere il seme che hanno piantato. Quel seme, come capite bene, è la nostra democrazia, la nostra Costituzione.
Se noi non faremo mancare il nostro impegno per realizzare compiutamente la democrazia allora non scomparirà la loro memoria.
Non hanno combattuto per loro stessi, hanno combattuto per le loro comunità.
Anche noi dobbiamo impegnarci non per noi stessi ma per le nostre comunità.
E’ su questo che saremo giudicati.
E’ con questo metro che misureremo la fedeltà attiva ai valori della democrazia e della libertà.

Ricordando sempre, in primo luogo a noi stessi, che rispetto e dignità si devono a tutti i caduti di quegli anni. Ma che mai potrà essere equiparato chi combatté per conservare un regime dispotico, illiberale, fascista, con chi invece lottò mettendo a repentaglio la propria vita e quella dei propri cari, per ridare al Paese libertà, pace e democrazia a tutti noi.
Viva la Resistenza, viva il 25 Aprile, viva l’Italia!

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Pubblicato il 25/04/2015 — ultima modifica 25/04/2015
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