Stefano Bonaccini

Presidente della Regione Emilia-Romagna

70° Anniversario dei fatti d'armi di Limidi

1 dicembre 2014

Buongiorno a tutti.

Saluto le autorità civili, religiose e militari.

Questa è una delle primissime manifestazioni a cui partecipo come Presidente della Regione e vi ringrazio per questo invito.

Quando il Sindaco Roberto Solomita mi ha contattato ho subito accettato per due ragioni. Una, se volete, più personale: vengo da Campogalliano che, insieme a Carpi, Soliera e Novi fu parte della “prima zona partigiana”, precisamente la cornice dentro cui si iscrivono i fatti che questa mattina commemoriamo.
E, molti di voi peraltro lo sanno, io a Campogalliano abito in via Bonaccini. Vittorio Bonaccini fu anch'esso un giovane partigiano ucciso poco prima della Liberazione.
Mi riguarda quindi, riguarda tutti noi, il nostro territorio, le radici di quel che siamo come cittadini e come comunità.
La seconda ragione, strettamente connessa a questa, riguarda l’Emilia-Romagna e la Resistenza. L’antifascismo e la lotta di Liberazione sono nel Dna di questa Regione ed era per me importante non solo dirlo, ma testimoniarlo con una presenza.

Mi piace cominciare anche da qui il mio mandato di governo regionale, per ribadire a me stesso e a tutti gli emiliano-romagnoli come intendiamo interpretare il lavoro che ci aspetta.
La Resistenza non è solo la nostra storia. E’ un elemento costitutivo della nostra democrazia, la premessa del progresso civile, politico e sociale che abbiamo costruito all’indomani di una guerra terribile, che aveva lacerato il nostro Paese, mettendolo poi in una condizione di occupazione. Il prezzo del riscatto e della liberazione dal nazismo e dal fascismo è stato pesantissimo. Le case bruciate di Limidi ne sono un esempio.

Quella di oggi, “i fatti di Limidi”, è una storia a lieto fine: dopo un lungo braccio di ferro tra gli occupanti e i partigiani prevalse la ragione e i sessanta messi al muro furono rilasciati.
Ma come ci è stato ricordato poco fa da Claudio Silingardi, nei giorni precedenti furono centinaia i rastrellati, un intero centro distrutto. E parliamo di un tempo in cui la guerra e la fame già avevano reso la sopravvivenza difficile per tutti. Non c’è parte del nostro territorio che non abbia storie simili a questa, impresse nei cippi dei caduti, in lapidi commemorative, nei nomi di vie e di piazze.

Siamo anche , purtroppo, la Regione di eccidi terribili, non tutte le storie furono purtroppo a lieto fine.
Penso alla strage di Monchio, Susano e Costrignano qui a Palagano. O all’eccidio efferato di Marzabotto, nel bolognese. Noi non dimentichiamo.
Non solo per il ricordo che si deve ai nostri caduti, ma che la storia ci deve e ci può insegnare.
Ricordare oggi, infatti, significa riaffermare la consapevolezza di chi siamo, dicevo, su quali macerie abbiamo ricostruito le nostre case, su quali battaglie e lutti è scritta la nostra Costituzione, perché i suoi principi fondamentali, iscritti nella prima parte della Carta, non sono sterili parole, ma il monito che i nostri padri ci hanno lasciato. Di monito parla appunto il monumento alla Resistenza che è nella piazza principale di Soliera.

Credo sia tanto più importante riaffermare oggi questa memoria, questa consapevolezza e questi principi, nel momento in cui il Parlamento è impegnato a riformare la seconda parte della Costituzione.
Io sono tra quanti, da anni, afferma la necessità di questa riforma. Superare il bicameralismo perfetto, ormai presente solo in Italia. Un sistema di approvazione delle leggi più efficiente, che ci permetta di superare la patologia della decretazione d’urgenza. Un Senato che sia la Camera delle Regioni e dei Comuni.
Tutte cose di cui discutiamo da troppi anni e che ora debbono trovare una risposta importante e condivisa.
Ma, ora come allora, serve una bussola per fare bene. E questa bussola sono i valori che debbono orientare le decisioni importanti che il Parlamento si accinge ad assumere.

Ben prima che ogni considerazione di ingegneria istituzionale, deve emergere il respiro di questi valori e di questa memoria collettiva.
Che non sono un freno per le riforme, ma debbono essere un solco preciso.
Lavoro, libertà, pace, dignità, giustizia: è un vocabolario non equivocabile quello della nostra Carta.
Tanto più i nuovi problemi e le nuove sfide ci impongono di cambiare, tanto più è da questi principi che dobbiamo ripartire.
Sono parole di sostanza che non ci permettono di nasconderci.
Ci costringono al contrario a misurarci fino in fondo con le contraddizioni della nostra società, con i mali che la affliggono.
E ci spiegano perfettamente perché democrazia e lavoro sono questioni così intimamente connesse nel nostro patto civile di cittadinanza, a partire dal primo articolo della Costituzione.

Voi sapete che domenica scorsa le elezioni regionali sono state segnate da un grande calo della partecipazione elettorale.
E’ un fatto grave, a cui prestare la massima attenzione.
Se posso fare un appello, come neo Presidente di questa Regione, a tutte le forze politiche è questo: smettetela di litigare sull’astensionismo perché è un problema troppo serio. Investe tutti e tutto. Strumentalizzarlo gli uni contro gli altri significa non aver capito che stiamo discutendo di democrazia.

Non è questa la sede per indagare le ragioni più profonde e le diverse concause che hanno determinato l'astensionismo e non intendo affatto fare qui un’analisi del voto. Voglio però dire una cosa che considero importante: a nessuno deve sfuggire il fatto che il distacco dei cittadini dalla politica va crescendo con il protrarsi della crisi.
C’è un'esasperazione di tanti cittadini che un lavoro lo hanno perso o non lo trovano, che va assunta fino in fondo. Se la politica, in Italia come nel resto d’Europa, non riuscirà a dare rapidamente una risposta a questo dramma, le conseguenze potrebbero essere terribili.

In Emilia-Romagna, nel secondo dopoguerra, le cose non sono mai state così. Se un secolo fa eravamo una delle terre più povere d'Italia, la storia del secondo dopoguerra è stata di progresso ed emancipazione, dove alla ritrovata libertà ha corrisposto una crescente e mai interrotta crescita della ricchezza. Ma che tipo di ricchezza abbiamo costruito? Quella diffusa, per cui qui in Emilia esiste il più grande numero di imprese per abitante, qui gli operai hanno potuto costruire benessere per sé e per i propri figli.
Qui, soprattutto, la distanza che separa i più ricchi dai più poveri è la minore che in qualsiasi altra parte del Paese. Una ricchezza grande e ben distribuita. Abbiamo potuto realizzare questo primato non solo grazie alle caratteristiche peculiari della nostra economia, ma grazie anche ad una rete diffusa di servizi che hanno assicurato diritti e opportunità a tutti, in particolare a chi poteva di meno per condizioni di partenza.
Non è un caso che la nostra Regione conosca il più alto tasso di partecipazione delle donne al mondo del lavoro. Gli asili nido, i servizi per la non autosufficienza, il miglior servizio sanitario regionale (terzo in Europa) non parlano solo della nostra idea di uguaglianza, ma anche delle leve di emancipazione sociale che abbiamo costruito per consentire a tutti di essere pienamente cittadini.

Il lavoro e l'uguaglianza sono i pilastri della cittadinanza su cui abbiamo costruito la nostra democrazia. La politica, le nostre amministrazioni locali, i Comuni, hanno accompagnato questo progresso. Sono stati pienamente democratici in questo e per questo.
Nella crisi questo patto sociale è entrato in crisi.
E non è un caso che i cittadini abbiano finito per riconoscersi sempre di meno in una politica che fatica a dare risposte concrete a queste questioni cruciali.

Quando ho detto che il lavoro sarà la mia ossessione e che non accetto minimamente l'idea di tagliare un solo euro alla spesa sociale per anziani o disabili, parlavo di questo. Di diritti certamente, e di lavoro, ma anche di democrazia.
Se guardate anche fuori dall'Italia, in questo momento, vedrete che l'estrema destra e le forze populiste stanno crescendo rapidamente proprio su questo dramma.
E’ un dramma che alimenta l’antipolitica e l’antieuropeismo, la chiusura e l’egoismo sociale. “Ognuno si salvi da sé”: è questo il messaggio.

Io sono un convinto europeista e sono cresciuto col sogno degli Stati Uniti d'Europa.
È una profezia, quella di un’Europa unita, che ci hanno lasciato i nostri padri, proprio perché hanno visto l'Europa bruciare nel fuoco. Due guerre mondiali sono partite da qui, non dimentichiamolo mai.
I caduti della Resistenza ci insegnano che Europa deve essere sinonimo di pace e di progresso.
Così la pensarono a Ventotene, in un manifesto durante la guerra, l’occupazione nazista, quando gli antifascisti erano confinati e imprigionati. Allora poteva sembrare un miraggio visionario, poi è divenuta un progetto, quindi una realtà che per decenni ha assicurati crescita e benessere ai popoli.

Ma se ora l'Europa non ritrova il proprio senso, la propria ragion d'essere, cosa resta di tutto questo? Non può essere lo spread l'elemento che misura l’Europa, non possono essere i vincoli finanziari la nostra ragione di stare insieme.
Se non ritroviamo le ragioni di un progetto comune di progresso l'Europa tornerà a precipitare. Ora come allora sotto i colpi dei nazionalismi crescenti.

Oggi sono venuto per ascoltare e per dirvi queste cose.
I "fatti di Limidi" sono questo. Non il semplice ricordo di ciò che accadde 70 anni, fa ma le nostre radici, una memoria viva, un progetto per il futuro.
Allora fu soprattutto la solidarietà a tenere insieme le persone nella Resistenza. La solidarietà fu un fattore al tempo stesso civile e militare. Nella case di campagna trovarono rifugio i partigiani, non essendoci altro luogo in cui nascondersi in un territorio di pianura. E quando bruciarono le case nessuno fu abbandonato a se stesso.
Anche nel terremoto e nella ricostruzione, se mi permettete questo paragone, abbiamo capito che dai problemi possiamo uscire solo insieme, che ciascuno per suo conto non si salva nessuno.

Io vorrei chiudere su questo. La solidarietà. Il fatto di essere una comunità di uomini e di donne, con una memoria comune e un comune destino ci ha salvato e ci salverà ancora. La Resistenza e i suoi caduti ci insegnano questo.
La Regione Emilia-Romagna è una delle più avanzate d’Italia e d’Europa perché ha fatto della solidarietà – lavoro, uguaglianza, democrazia, libertà – la propria ragione sociale, il proprio collante.
Io intendo ripartire da qui nel lavoro che mi aspetta e che ci aspetta.
Il 70esimo anniversario dei fatti di Limidi mi è sembrato il posto giusto dove dirlo, ancora di più poterlo dire di fronte ad una persona straordinaria come Mario Bisi, a cui oggi conferite le chiavi della città, che assieme a tanti altri ci permise di ritrovare libertà, dignità, democrazia.

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Pubblicato il 01/12/2014 — ultima modifica 29/12/2014
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