Si parla di... Paesaggio
laRep.gif (5231 byte)
(4 agosto 2001)
Sulle montagne
si impara a soffrire
incontro con Anna Proclemer
Simonetta Fiori
Roma
Esiste un "odore del Nord", la trentina Anna Proclemer dice di conoscerlo bene, insieme alle sue luci smorzate, i monti spolverati di neve, le conifere imbiancate, le Dolomiti arrossate al tramonto. Un paesaggio dell'anima, una cornice sentimentale, prima ancora che luogo nativo. Tanto da figurare in capo al letto, nell'avvolgente casa-giardino dietro la via Cassia, tra le foto d'una vita. Il padre ingegnere, barbuto e un po' depresso.
Il marito Vitaliano Brancati, zazzera imbrillantinata anni Quaranta. L'amante inglese Ronald Duncan, un poeta piccolo e nero cresciuto alla scuola di Eliot. C'è anche Giorgio Albertazzi, compagno d'arte e di passione: strizzato nei jeans gioca con un ciuco. E in mezzo un ritaglio di giornale, anonimo: una casina smarrita in una distesa innevata e lunare, dietro la finestra s'intuisce il bagliore d'un camino. "Ecco, in questa immagine mi riconosco: se poi fuori c'è burrasca, l'immedesimazione è perfetta", dice l'attrice sgranando quei grandi occhi da Ecuba con cui tiranneggia le scene da sessant'anni. È stata una Stuarda orgogliosa e dolce, un'Ofelia nervosa e inquieta, una George Sand "libera, non libertina". Ha interpretato Dostoevskij e Cechov, Camus e Bontempelli, Shakespeare e Pirandello. Confessa che c'è "più verità nella finzione del teatro che nella supposta sincerità della vita".
Ma alle luci abbaglianti del palcoscenico Anna preferisce il viola pastello dei suoi ghiacciai, agli impalpabili costumi le "scarpacce da montanara" con cui ha imparato "la capacità di soffrire", "la grinta sulla distanza", stringere i denti e andare avanti. "Nel mio lavoro m'è servito: ci sono molti momenti in cui la tentazione di lasciare è forte".
Da bambina amava perdersi nei boschi per poi ritrovare la strada. "Non l'ho più fatto, per saggezza o eccesso di responsabilità: ma ne ho nostalgia". Passo Rolle e San Candido, Ortisei, Cortina, Soprabolzano, il Rosengarten. Un richiamo profondo, un "ritorno alla grande madre" che punteggia le scelte importanti d'una esistenza intensa. In montagna, nel Natale del 1945, la decisione di sposare Brancati.
In montagna, sette anni più tardi, l'agro sapore della fine. Troppi riserbi, troppo pudore e delicatezza. "Con le più nobili intenzioni, e la più scrupolosa sincerità, vivevamo una menzogna". L'incontro risale al 1941, al Teatro dell'Università di Roma. Anna prova Le trombe d'Eustachio, un atto unico di Brancati che irride il fascismo e i suoi delatori. Lo scrittore ha trentacinque anni; l'attrice diciannove. Dopo qualche settimana, la prima lettera d'un lungo carteggio amoroso (ora in Lettere da un matrimonio, prefazione di Enzo Siciliano, Giunti): "Cara Anna, mi sono rimasti soltanto due pensieri, uno scintillante come il sole, e uno nero come la morte. E il primo è che tu sei la più dolce, bella, intelligente, candida ragazza del mondo, e il secondo che sei tanto giovane, e io no".
Al corteggiamento malinconico e appassionato, lei replica con distratta indifferenza. Poi i primi cedimenti. Fino al Natale dopo la guerra. "Decidemmo di non scriverci per un po' di tempo, perché avessi modo di chiarire a me stessa i miei sentimenti. Dovevo sistemare definitivamente il mio rapporto con il regista Gerardo Guerrieri, a cui ero legata anche da interessi professionali. Il Capodanno del 1946 lo trascorsi da sola in montagna, a Passo Rolle. Avevo i nervi pezzi e assoluto bisogno di solitudine. Ma anche di grande movimento. Non sono capace di pensare stando ferma". Lunghe passeggiate, aspre inerpicate, sci in discesa libera: vivere è anche un po' scegliere.
Nel luglio del 1946 le nozze con Brancati, "un artista vero", ma anche "un uomo complesso, ambiguo, segreto, vulnerabile". Ne sarebbe scaturito un matrimonio ricco di stimoli, ma tutt'altro che armonioso. Anche sul piano geografico. Da una parte il Nord, le impervie vette, i monti scabri, color creta, impolverati di neve, la voglia d'avventura e di libertà d'una giovane attrice lanciata alla conquista della vita e della scena, dall'altra la Sicilia infiammata di cui Brancati era sapido e corrosivo narratore ma anche "il più pazzo e avvelenato figliolo", schiavo dell'antropologia indelebile espressa dalla sua terra. È la Sicilia che parla in lui, tormentandolo barbaramente.
Oggi la Proclemer sorride e ricorda: "Lui era uomo del Sud, straordinariamente legato ai suoi colori, agli odori forti, alle sontuose notti estive, il mare come una lastra di zinco. Nel 1946, subito dopo sposati, andammo a vivere un paio di mesi a Zafferana Etnea. Eravamo molto poveri. Affittammo una modesta casetta che era della levatrice del paese. Sotto di noi una distesa di lava nerissima, punteggiata dal verde intenso degli agrumeti, e laggiù in fondo il mare. Non era un paesaggio mio, ma ne percepivo il fascino e una sorta di spossata sensualità".
Brancati era molto innamorato della moglie, sempre pronto a condividerne le inclinazioni. "Passammo alcune estati in Trentino, con nostra figlia Antonia. Facevamo lunghe passeggiate nei boschi, insieme alla barboncina Nina. Andavamo in barca nei limpidi specchi dei laghetti alpini. Brancati diceva di amare quei luoghi, ma forse era soltanto amore per me. Una volta col trenino salimmo sul ghiacciaio svizzero della Jungfrau. Scoprimmo insieme che non era bianco, bensì coloratissimo. Un'emozione grande. Lui era felice, così almeno appariva. Stavamo insieme, questo bastava". Avevano appena lasciato Ennio Flaiano alla stazione di Zurigo, in partenza per chissà dove: "Passammo una serata a scrivere scempiaggini sulle targhette dei bagagli. Un po' per noia, un po' perché loro si divertivano così". Loro? "Massì, il gruppo storico di via Veneto: Brancati, Flaiano, De Feo, Patti, Pannunzio, Bartoli, Talarico. Erano persone di prim'ordine, ma io con loro m'annoiavo. Non capivo la loro frivolezza. Dopo una giornata di lavoro, erano come ragazzini in libera uscita. Si divertivano a parlare di diete, strampalati igienismi, finocchietti prodigiosi, mai di letteratura. Non mi interessavano i loro aneddoti, sempre gli stessi. Così stavo zitta, anche per ore. In questo Brancati non mi aiutò". Mai una ribellione, un tono sopra le righe: il patto coniugale soggiaceva a un ideale di compostezza e razionalità. "In sette anni di matrimonio non ricordo di avere mai alzato la voce, o sbattuto la porta.
Al rientro da quelle serate in via Veneto avrei potuto anche sbottare: "Brancati, ma che palle!". Non lo facevo, per timidezza e introversione. Se l'avessi fatto, forse, avrei salvato il rapporto. O forse no". Anna sempre più impegnata in tournée, Brancati in vacanza estiva ad Ortisei in compagnia della figlia Antonia. Nelle lettere ne apprezza il lindore fiabesco, magnifica "l'anfiteatro di vette spettacoloso", sogna scarponi chiodati e bastoni da montagna.
Ma al suo spirito caustico non sfugge la nascente mondanità di quei luoghi, "le stronzette che vanno in giro incartate in pantaloni grigi e golf rossi", cariche di "anelloni e brillantoni", "l'aria stomachevole" di chi "vuole godersi il proprio danaro". Era l'estate del 1947, la fame della guerra alle spalle. "Insieme, in quegli anni", racconta Anna, "scoprimmo anche l'Inghilterra, che stemperò la mia indole malinconica nell'humour e nell'allegria. Come spesso accade ai trentini, sono fondamentalmente timida, introversa e poco socievole. A Londra diventavo loquace, perfino brillante. Andammo a Kew Garden, e Brancati ne fu incantato. Dolci colline e immensi alberi e fiori, fiori ovunque, e le piccole case col tetto di paglia, i thatched roof, e la brughiera cosparsa di erica: Emily Brönte, La voce nella tempesta...". In realtà una pagina del Diario Romano, datata 1949, ridimensiona l'entusiasmo dello scrittore per il verde britannico. "Da Richmond", annota Brancati, "si vede la campagna che circonda Londra. L'aria fredda assottiglia a tal punto gli odori che tutta questa campagna non dà una sola sensazione al naso di un meridionale.
Lo confesso alla signora inglese che ci accompagna, e vedo che ella arrossisce come una padrona di casa alla quale si dica ingiustamente che il puntino galleggiante sul tè è forse una formica". Anna legge il diario del marito e ride di cuore: "Era spiritosissimo, in questo ineguagliabile. Ma la sua ammirazione per l'Inghilterra era davvero autentica, non solo per amor mio. E la struggente bellezza dei parchi di Londra? In una mia lettera-testamento chiedo che le mie ceneri siano sparse in Green Park. Poi non avverrà. Troppo complicato".
Quel che Anna non racconta è l'amore segreto - Brancati lontano - per l'inglese Ronald Duncan, poeta e drammaturgo, amico di Gandhi. Un amore allegro, di grande levità, che le straccia di dosso i panni malinconici di personaggio cechoviano. Il matrimonio con Brancati ormai incrinato, lui sempre più lamentoso, insofferente alla vita artistica della moglie prim'attrice. "Come sempre nei momenti difficili, mi rifugiai in montagna. Nell'aprile del 1952 mi trovai sull'orlo di un esaurimento nervoso. Decisi di sperimentare anch'io "un ritorno alla madre"". Brancati ripara in Sicilia, Anna sceglie come "madre" Cortina d'Ampezzo. "Non fu una scelta felicissima. La neve s'era ormai sciolta, la primavera non si presagiva neppure. Passavo le giornate avvolta in una coperta su una sedia a sdraio. Leggevo libri gialli, ascoltavo la radio e mi cullavo un po' morbosamente in un languore malaticcio, da Montagna incantata.
Ogni tanto facevo lunghe passeggiate, cercando di capire". Il matrimonio naufragò, poi la morte precoce di Brancati. Un epilogo sentimentale su cui ancora Anna s'interroga. "Non capivo allora ma invecchiando capisco ancora meno. E mi è difficile dare dei giudizi. Brancati mi chiamava "santa", ma poi scriveva per me personaggi un po' così: la prostituta malinconica di Viaggio in Italia, la lesbica Governante.... Forse ci vorrebbe l'analista". Se le domandi quale "montagna" oggi l'attenda, ti risponde con una vetta singolare: "Il 32esimo piano del Myflowers, a New York. L'incanto del Central Park, le luci di Manhattan che trafiggono il cuore. Ci tornerò in autunno, per farmi trafiggere ancora. Forse per l'ultima volta".