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Fondazione per le vittime dei reati

Verso il 20 aprile. Roberta, la mamma di Marcello Cenci: La morte di nostro figlio era annunciata. Solo la Fondazione ci è stata vicina

Roberta e Mario sono i genitori di Marcello Cenci, ucciso nove mesi fa da un compagno di giochi dell'infanzia. Anche alle loro parole è affidata la testimonianza sulla Fondazione, di cui parlerà il Presidente Lucarelli il 20 aprile prossimo, alle 10 in Regione, nella sala della Terza Torre, in un incontro rivolto ad amministratori e testimoni privilegiati. Per iscriversi: cerimonialegr@regione.emilia-romagna.it

Quella di Marcello ha tutte le caratteristiche di una morte annunciata. Tre aggressioni c’erano state prima dell’ultima che a 32 anni se lo è portato via e Roberta va dritta al cuore: “Chi gli ha dato il diritto di prendersi la vita di mio figlio?”.

Il persecutore, un coetaneo dello stesso quartiere, amico di giochi nell’infanzia, è ora in carcere per stalking con una condanna a 3 anni di reclusione e intanto aspetta il compimento del secondo processo, quello per omicidio. La Fondazione è stata accanto ai genitori per aiutarli a riportare in Italia il corpo di Marcello, "l'unica istituzione che abbiamo sentito vicina", ripetono. "Quello che abbiamo ricevuto va molto al di là del contributo economico. In certi momenti ci si sente soli, impotenti, ed è molto importante ricevere un segno da parte delle istituzioni".

Forse mai come con lo stalking si ha l’impressione di toccare le insufficienze del sistema giustizia, e poco cambia che stavolta a farne le spese sia un uomo, anzi un ragazzo, e non una ex fidanzata. Perché se è comprensibile che le condanne debbano sancire qualcosa di già avvenuto, e farlo avendo in mente la rieducazione più che l’espiazione – applicando, cioè, quello che conosciamo di pene alternative, misure di sicurezza…– è altrettanto vero che Marcello la vita l’aveva già rischiata più volte, la seconda proprio a Valencia dove l’aggressore lo era andato a cercare, e non è stato protetto.

“Mio figlio era svenuto tre volte durante quell’aggressione ed era stato ricoverato in Spagna”, ricorda la mamma. “Mio marito lo aveva raggiunto, assistito, e poi lo aveva portato a casa da noi per riprendersi. Non lo lasciavamo uscire da solo, vivevamo nel terrore che potesse succedere ancora”.

Un terrore che non si ferma mai, neppure quando Marcello riparte, perché l’altro ha già dimostrato di essere disposto a tutto.

“Una mamma in queste circostanze diventa guerriera. Tutti i giorni uscivo in macchina, facevo un giro intorno alla casa di quello che io chiamo il killer e se vedevo le finestre aperte, il cane fuori, una luce accesa… capivo che era a Ferrara e tiravo un sospiro di sollievo, pensavo: per oggi ancora mio figlio è vivo”.

Uno stillicidio insopportabile, come insopportabile è, oggi, il dolore per la perdita di Marcello, “un ragazzo come tutti gli altri, con i problemi della sua età. In Spagna c’era andato per cercare la sua strada, non per scappare, almeno non inizialmente. Poi forse era subentrato anche questo. Ma credeva nelle istituzioni, e quando «qualcuno» gli aveva proposto di far finire questa storia in un modo diverso aveva sempre detto di no, voleva procedere nel rispetto della legge. Siamo stati con lui anche in questo. La legge però non lo ha aiutato, i criminali hanno tante garanzie in Italia, le vittime nessuna”.

Ora chiedono rispetto, e chiedono giustizia. Anche se, lo dice bene Mario, “non so neppure che cosa sia esattamente la giustizia. Mio figlio non ce lo potrà ridare nessuno. Le istituzioni che potevano intervenire prima non lo hanno fatto. Che quel ragazzo aveva problemi psicologici si sapeva, che si era accanito contro mio figlio altrettanto, ma non è stato fermato né dagli psicologi né dai magistrati. Gli avevano vietato di avvicinarsi a meno di 200 metri da Marcello, ma a cosa vale se ha potuto liberamente andare a Valencia, ammazzarlo, tornare indietro indisturbato?"

Nel dolore infinito di questa perdita ogni dettaglio è una ferita ulteriore. Come quell’amicizia così bella tra Mario e l’altro papà, che non ha retto alla prova. Difficile anche parlarsi adesso, anche guardarsi in faccia. E in questo vuoto così denso di rimpianti, fantasmi, richieste inascoltate, dialoghi mancati, si consuma un’altra pagina di sofferenza. La violenza estrema è capace di questo, di radere al suolo l’affetto, la capacità di riconoscersi.

“Solo la mamma è venuta da noi una settimana dopo l’omicidio”, ricorda Mario. “L’ho fatta entrare, abbiamo pianto insieme qualche minuto davanti al tavolo di cucina. Lei mi ha ringraziato per averla accolta, io le ho detto che ho bisogno di tempo”.

Tempo ne occorre per tutti, per loro e certamente anche per gli altri genitori, il cui compito non è più lieve, se non per il fatto che il figlio accanto lo hanno ancora. Ma su questo la giustizia per come è concepita ha veramente poco da dire. Resta uno spazio, immenso, che forse anche le istituzioni dovrebbero imparare a colmare. Trovare le strade per dare valore all’umanità, tanta, di chi è messo alla prova dal dolore.

 

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pubblicato il 2018/03/30 00:20:00 GMT+2 ultima modifica 2018-04-09T23:03:22+02:00

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