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Fondazione per le vittime dei reati

Omicidio Citro. A Reggiolo un incontro con il Comune e i familiari dell'uomo ucciso nel novembre scorso

Il reato è avvenuto in casa sotto gli occhi dei familiari. La Fondazione ha erogato aiuti per sostenere la moglie e i bambini

“I giornalisti hanno scritto cose orribili”, ricorda con amarezza Milena, la vedova di Francesco Citro. “Tutti hanno dato per scontato che la morte di Francesco fosse un omicidio di ‘ndrangheta e che noi stessimo nascondendo qualcosa. I carabinieri devono fare il loro lavoro, questo lo so, ma in quelle prime ore mi sono sentita trattata come una criminale. Io ero sotto shock, non riuscivo più nemmeno a rispondere alle domande più banali. Anche perché Francesco era ancora lì, a pochi metri da me in una pozza di sangue, e mia figlia di due anni si è salvata per miracolo, un proiettile l’ha sfiorata… Voleva ucciderci tutti. Ma chi è stato non lo so, non ho visto nessuno”.

Basta un istante per mandare in frantumi il progetto di una vita. Milena ha 29 anni, quando ha conosciuto Francesco era ancora adolescente. Hanno avuto due bambini, Chiara che a breve compirà tre anni e Carmine di otto, che porta il nome del nonno paterno. Con la maternità avevano deciso che Milena non dovesse lavorare, non per il momento, bastava Francesco con il suo camion a sostenere la famiglia e lei poteva occuparsi dei bambini.

“Francesco era un papà presente anche se lavorava tante ore al giorno. A volte metteva il seggiolino sul camion e portava con sé il bimbo, per lui era un gioco, aspettava il momento per stare con il papà. E Chiara, la piccola, continua a cercarlo. Pochi giorni fa mentre la spingevo sull’altalena – doveva essere un momento spensierato – improvvisamente si è coperta gli occhi con le mani dicendo «Papà è morto. Non è giusto che papà è morto». Ora tutto quello che faccio è per loro, per dare ai miei figli serenità e stabilità”.

Sono stati accolti, Milena e i bambini, da Carmine e Antonietta, i genitori di Francesco. È una sistemazione temporanea, in questo momento l’unica possibile per non sradicare i piccoli e per dare loro una parvenza di normalità. La mamma, intanto, ha dovuto cercare lavoro, sta facendo i turni come operaia in una fabbrica non lontana da casa dove ha contratti settimanali che si augura acquisiscano maggiore stabilità. Anche i nonni lavorano ancora e hanno altre due figlie, di cui una è diventata mamma da poco. La famiglia è unita nell’organizzarsi per occuparsi dei bambini.

“Io dovevo fare il nonno, non il papà e anche il nonno”, riflette Carmine Citro. “Mi sono trasferito qui nel 1990 proprio per far crescere i miei figli lontano dall’ambiente mafioso ed ecco cosa è successo. Dopo tutta una vita dignitosa e onesta”.

Ripercorre la dinamica di quel 23 novembre. Prima l’incendio dell’auto che lo aveva fatto accorrere, insieme ai Carabinieri e a tanti del paese.

“Avevo chiesto a Francesco: «Dimmi la verità, hai qualcosa in sospeso con qualcuno?». Non sapeva spiegarsi quell’incendio, me l’aveva assicurato e io ero tornato a casa pensando che fosse stato un balordo, anche perché di roghi di auto ce n’erano stati altri in paese. Nemmeno due ore dopo Milena mi chiama la seconda volta… Se avessi solo immaginato che qualcuno voleva fare del male a mio figlio sarei rimasto con lui. Avrebbero dovuto uccidere me, prima di lui”.

Nelle sue parole c’è tutto lo strazio, l’orgoglio di un padre, il desiderio di giustizia e l’ambizione impossibile verso una normalità che niente potrai mai ricostruire.

“L’altra sera la piccola non voleva mangiare. La mamma era al lavoro e Chiara ha cominciato a piangere, «Dov’è la mamma, sono arrabbiata con la mamma», e tutto a un tratto: «Sono arrabbiata col papà, perché non viene più a mangiare con me?». Sono momenti difficili, possiamo solo aiutarci l’un l’altro”.

E mentre il vuoto prende spazio, ogni gesto quotidiano cambia segno e valore e si accumulano le incombenze concrete e inattese.

“Tante cose sono ancora da risolvere. La casa non è più sotto sequestro ma non vogliamo tornarci”, racconta Milena. “Le poche volte che è stato necessario, anche solo per il cambio dell’armadio, sono andata da sola perché nessuno se la sente di accompagnarmi e io lo capisco. Ma adesso bisognerà sbrogliare tutto: l’eredità, i passaggi di proprietà dell’auto… Tanti aiuti non ci spettano, nel modulo ISEE figura il reddito dello scorso anno quando Francesco era con noi, solo che la situazione purtroppo è cambiata”.

Dopo l’omicidio il Comune e l’AUSL si sono messi a disposizione del nucleo per quanto è nelle loro possibilità: le spese scolastiche, il sostegno psicologico alla mamma e ai bambini, i campi estivi. Un sollievo in più è arrivato con gli aiuti della Fondazione decisi il 13 aprile scorso e utilizzati dalla famiglia in gran parte per coprire le spese funerarie. Un sostegno corale, un’organizzazione complessa, per trasmettere ai familiari la vicinanza della comunità.

(Nella foto, la Direttrice della Fondazione Elena Buccoliero con il Sindaco di Reggiolo, Roberto Angeli, e l'Ass. alle Politiche Sociali, Sonia Cagnolati)

 

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pubblicato il 2018/06/04 20:36:00 GMT+2 ultima modifica 2018-06-04T20:38:34+02:00

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