Notizie e informazioni sulla salute e i servizi sanitari in Emilia-RomagnaAnno VII, Numero 5, 15 marzo 2010

Donne e lavoro in Emilia-Romagna

In Emilia-Romagna più di sei donne su dieci hanno un lavoro (il 62%, tasso d’occupazione tra i più alti in Italia), ma le retribuzioni sono più basse rispetto agli uomini; gli infortuni alle lavoratrici, nel settore industriale, sono in lieve calo (3% in meno nel 2008, dati INAIL), ma bisogna tener conto del calo dell'occupazione e riflettere sul fatto che due terzi delle donne infortunate hanno tra i 18 e i 49 anni, un periodo della vita particolarmente attivo, durante il quale le donne devono spesso lavorare dentro e fuori casa, con figli e, frequentemente, anziani da accudire. Sono questi alcuni degli aspetti del lavoro al femminile affrontati nel corso del convegno organizzato l’8 marzo a Bologna dalla Regione Emilia-Romagna, con la collaborazione della Direzione regionale del Lavoro, dell’INAIL e dell’INPS regionale, dell’ANMIL (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro) e delle rappresentanze sociali. L’evento è stato un’occasione importante per approfondire, più in generale, la tutela delle lavoratrici nel quadro del decreto legislativo 81/2008, che ha riformato la materia della sicurezza nei luoghi di lavoro, apportando novità di grande rilievo.

Cosa dice il decreto legislativo 81/200
Con il decreto legislativo 81/2008 tutti i datori di lavoro - pubblici o privati, amministratori d’imprese o artigiani - hanno la responsabilità giuridica di garantire la tutela della salute e della sicurezza dei loro collaboratori, indipendentemente dalla forma contrattuale con la quale è resa la prestazione lavorativa; in caso d’inadempienze sono previste anche sanzioni penali (a seconda dei casi, arresto da 4 a 8 mesi o ammenda da 3mila a 15mila euro). In questo contesto s’inseriscono una serie di obblighi aggiuntivi per il datore di lavoro: la valutazione deve essere eseguita ponendo particolare attenzione ai rischi per la salute causati dallo stress correlato al lavoro, a quelli riguardanti le lavoratrici in stato di gravidanza, nonché quelli connessi alle differenze di genere, all’età, alla provenienza da altri Paesi (con particolare attenzione alla comprensione della lingua) e quelli legati alla specifica tipologia contrattuale attraverso cui viene resa la prestazione lavorativa. Particolare attenzione va posta agli aspetti ergonomici, alla realizzazione dei posti di lavoro, agli effetti dell'esposizione ad agenti fisici, chimici e biologici, e anche alla valutazione delle differenze fisiologiche e psicologiche nell'organizzazione del lavoro. Le classiche categorie di rischio devono, quindi, essere rapportate non più ad un lavoratore astratto, ma ad una lavoratrice o un lavoratore con le sue specificità.

Giuseppe Monterastelli - responsabile tutela salute luoghi di lavoro Servizio sanità pubblica della Regione Emilia-Romagna - sottolinea la novità della differenza di genere introdotta dal decreto 81/2008:
“La differenza di genere è un tema del tutto nuovo perché il decreto legislativo 626 abrogato prevedeva in sostanza un approccio neutro: non vi erano gli elementi per andare a verificare se, nelle aziende, vi fosse o meno un approccio diverso per la sicurezza che tenesse conto della differenza fisiologica tra l’uomo e la donna. Eppure, i fattori di cui tenere conto sono numerosi; pensiamo ai dispositivi di protezione individuali: un esempio banale è il casco che può comportare più o meno problemi se indossato da una donna con i capelli lunghi o da un uomo che, generalmente, ha i capelli più corti. Il casco dovrebbe, quindi, essere progettato in modo diverso, tenendo conto delle esigenze di chi dovrà indossarlo”.

Le ditte produttrici, quindi, dovranno sempre più produrre dispositivi di protezione individuali pensati per le donne.
“Esatto, tra questi dispositivi obbligatori per legge, oltre ai caschi, ci sono, ad esempio, i pettorali o le stesse scarpe antinfortunistiche che, in genere, non possono essere così pesanti come quelle calzate da un uomo. La differenza di genere, ovviamente, chiama in causa numerose altre problematiche: dai pesi che possono essere movimentati da una donna al tema importantissimo della conciliazione del tempo di vita con quello di lavoro; è evidente che per molti motivi la rigidità dell’orario rappresenta mediamente un problema maggiore per la donna rispetto ad un uomo. E siamo, poi, di fronte ad una rivoluzione epocale se consideriamo che, almeno nel pubblico impiego, le donne andranno progressivamente in pensione a 65 anni; anche l’età è un altro dei fattori che entrerà in gioco e che deve essere letto, comunque, nell’ambito della differenza di genere”.

Numerosi, quindi, i problemi da affrontare. Milvia Folegani – Servizio sanità pubblica della Regione Emilia-Romagna - è stata una delle relatrici al convegno dell’8 marzo:
“L’Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro - spiega Folegani - sottolinea che in Italia la mancata introduzione della dimensione di genere nelle politiche attive dirette alla tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori ha determinato un ritardo nell’elaborazione degli strumenti di eliminazione e mitigazione dei rischi, non soltanto per le donne, ma anche per gli uomini. L’approccio neutrale rispetto al genere in materia di salute e sicurezza sul lavoro ha contribuito in tutta Italia al mantenimento di lacune sul piano delle conoscenze e al perdurare di livelli di prevenzione meno efficaci, con diverse conseguenze: le differenze fisiologiche tra uomini e donne sono state ignorate; il livello dei rischi a carico delle donne è stato sottovalutato; le soluzioni preventive più idonee per le donne non sono state adottate; si è ridotta la partecipazione delle donne ai processi decisionali legati alla salute e alla sicurezza sul lavoro; è stata dedicata minore attenzione ai temi della ricerca che riguardano più da vicino le donne; nella maggior parte dei casi in cui si è tenuto conto della problematica delle differenze tra uomini e donne, l’attenzione è stata focalizzata sulle donne in gravidanza e sono stati trascurati altri elementi di rischio (come i fattori mutageni) a carico del sistema riproduttivo di ogni donna e di ogni uomo”.

Per dare concreta attuazione alle prescrizioni del decreto legislativo 81 si devono, quindi, mettere in atto delle azioni di tutela per prevenire i rischi rispetto ai quali le donne presentano una particolare sensibilità.
“Gli strumenti che s’intendono utilizzare per attuare quanto indicato - spiega Folegani - trovano la loro ‘cabina di regia’ nel Comitato regionale di coordinamento, istituito ai sensi dell’articolo 7 del decreto 81/08. Fanno parte del Comitato gli Enti e le Istituzioni che a vario titolo si occupano della tutela della salute e della sicurezza del lavoro; da quando questo Comitato sta funzionando (2008) c’è ancora più collaborazione tra questi Enti e il convegno dell’8 marzo, ad esempio, è nato proprio nell’ambito di questo coordinamento”.

Possiamo elencare alcune delle azioni previste?
“Tra le azioni previste c’è un rapporto sullo stato di salute delle lavoratrici in Emilia-Romagna, per valutare l’impatto di genere rispetto al tema della salute nel lavoro: ci sarà una raccolta sistematica degli eventi che hanno interessato le donne (infortuni e tecnopatie) e saranno individuati i rischi rispetto ai quali le donne presentano una particolare sensibilità; il rapporto sarà pronto probabilmente il prossimo anno. Durante le ispezioni nelle aziende si verificherà, poi, se nella valutazione dei rischi il datore di lavoro ha tenuto conto anche delle problematiche connesse alle differenze tra i lavoratori, a partire da quelle di genere e di etnia. Un altro punto riguarda l’elaborazione di buone prassi (soluzioni organizzative o procedurali), linee guida (atti di indirizzo e coordinamento per l’applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza) e “linee di indirizzo” che devono prevedere in maniera esplicita l’inclusione della differenza di genere. Un tema molto importante è, inoltre, la progettazione di programmi di ricerca in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro che prestino la giusta attenzione alle problematiche legate alla differenza di genere; più in particolare, le ricerche devono evidenziare gli effetti dell'esposizione agli agenti fisici, chimici e biologici, nonché la valutazione delle differenze fisiologiche e psicologiche nell'organizzazione del lavoro”.

Il decreto 81/2008 cosa prevede in particolare per le donne in gravidanza?
“C’è un’attenzione particolare all’informazione - spiega Folegani - che è lo strumento principale attraverso il quale la lavoratrice in gravidanza può esercitare i propri diritti; facendo un esempio, può richiedere l’applicazione del decreto legislativo 151 per cambiare mansione o per l’interdizione. Il datore di lavoro deve fornire informazioni facilmente comprensibili (anche per le persone di altri Paesi) sui risultati della valutazione e sulle conseguenti misure di protezione e di prevenzione adottate, relativamente ai rischi specifici per la gestante ed il nascituro”.

Tra le novità introdotte dal nuovo Testo Unico ce ne sono alcune importanti per la formazione che riguarda, ovviamente, sia donne che uomini.
“La formazione - spiega Monterastelli - viene rivoluzionata dal decreto 81/2008 in modo globale: innanzitutto, a differenza della 626 che non prevedeva un orario minimo di formazione, viene stabilito un minimo di almeno otto ore all’atto dell’assunzione o al cambio di mansione, per i comparti a minor rischio; per i comparti a maggior rischio, ad esempio l’edilizia, le ore diventeranno 16. La questione, inoltre, veramente nuova - in considerazione del fatto che da noi i lavoratori stranieri sono tanti e molti di loro sono occupati nei comparti a maggior rischio - è che la formazione dovrà essere fatta in modo tale da essere compresa nella lingua d’origine, oppure in un’altra lingua conosciuta o, ancora, attraverso il mediatore culturale; ovviamente questo sarà un problema per le Istituzioni che dovranno progettare un tipo d’intervento assolutamente complesso”.

E concludiamo con una sintesi dell’intervento al convegno dell’8 marzo di Patrizia Gigante - Assessorato alla scuola, formazione professionale, università, lavoro della Regione Emilia-Romagna - che ci aiuta a comprendere ancora meglio il profilo dell’occupazione femminile in regione:
“Più di sei donne su dieci (63%) in Emilia-Romagna sono occupate (nel 1° semestre 2009 erano complessivamente 878.000 di cui 26mila in agricoltura, 182mila nell’industria, 670mila nel terziario) con un tasso di occupazione femminile elevato che pone la Regione oltre l'obiettivo previsto per il 2010 dalla strategia europea per l’occupazione. Tuttavia - sottolinea Gigante - a fronte di una disoccupazione contenuta, seppure in crescita nel 2009, l'accesso al lavoro stabile per le donne è difficoltoso, così pure la conquista di un reddito adeguato e di una condizione soddisfacente in termini di percorsi di carriera e di sviluppo di competenze. Le donne lamentano una progressione di carriera insoddisfacente, soprattutto rispetto all'investimento in formazione: studiano di più degli uomini, raggiungono a scuola e all'università risultati migliori, ma una volta arrivate nell'ambito lavorativo denunciano un differenziale retributivo. A parità di condizioni contrattuali e di responsabilità, le donne guadagnano, infatti, circa il 27% in meno dei colleghi maschi, se sono dipendenti e circa il 40% in meno se sono autonome. Tali distanze non sono dovute tanto ad un numero medio annuo di ore retribuite inferiori a quello degli uomini, quanto ad una condizione generalizzata che attraversa tutti i Paesi. Oltre che più istruite, le donne sono anche più flessibili, o per propria scelta o per necessità imposta dal mercato. Le lavoratrici dell'Emilia-Romagna lavorano per due terzi a tempo pieno da dipendenti oppure da autonome, per un terzo in part-time e per il 10% a termine. La maggiore precarietà e flessibilità oraria, la maggiore scolarizzazione che ritarda l'ingresso nel mercato del lavoro, il minor reddito medio da lavoro fanno sì che le donne acquisiscano anche una pensione più ridotta. E in tal senso, il processo di riforma del sistema pensionistico è pressoché tutto centrato sul prolungamento ulteriore della vita lavorativa delle donne, cosa già in essere nella Pubblica Amministrazione. Il maggior lavoro extradomestico - conclude Gigante - non comporta una redistribuzione dei carichi di lavoro all'interno delle famiglie, dove permangono forti disparità tra donne e uomini. Disparità che non si riducono sensibilmente tra le giovani coppie. Le donne lavorano complessivamente otto ore in più degli uomini dell'arco della settimana; il carico di lavoro retribuito e di cura si accresce per le donne più adulte, oltre i 35 anni che raggiungono quasi le 60 ore totali nella settimana”.

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